Spreco: cala quello di cibo grazie ai Boomers, una generazione di virtuosi

È quanto viene rilevato dai dati contenuti nel nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International, dal titolo ‘Caso Italia 2026’: la somma delle perdite e degli sprechi alimentari vale oltre 13 miliardi e mezzo (dati elaborati dall’Università di Bologna – Distal / Waste Watcher sulle fonti di riferimento), 7 miliardi e 363 milioni solo nelle case degli italiani

Sul fronte dello spreco alimentare gli italiani però stanno migliorando, gettando via una quantità di cibo del 10,3% in meno rispetto a un anno fa.
Si tratta di poco più di 550 grammi di cibo gettato a testa ogni settimana, ‘solo’ 79,14 grammi al giorno.
La performance più brillante è firmata dai Boomers, che fissano lo spreco settimanale pro-capite medio a 352 grammi. 

Buttiamo 63,9 grammi in meno rispetto a febbraio 2025

Stando al Report, diffuso in vista della 13esima Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare (5 febbraio 2026), l’Italia risulta in linea con la rilevazione dello scorso settembre relativa all’estate 2025, segnando un miglioramento deciso rispetto ai dati di un anno fa.

Oggi sprechiamo, infatti, 554 grammi di cibo pro-capite ogni settimana, ovvero 63,9 grammi in meno rispetto al dato del febbraio 2025 (617,9 g).
I Boomers, oltre a essere la generazione che spreca meno cibo, superano in anticipo di quattro anni l’esame dell’Agenda 2030, quando a tutti gli italiani verrà chiesto di gettare mediamente non oltre 369,7 grammi a testa a settimana per poter centrare l’obiettivo 12.3 sullo spreco alimentare.

Cucinare unisce le generazioni

Dopo i Boomers si posiziona la GenerazioneZ, a quota 799 grammi di spreco settimanale medio pro-capite, seguita dai Millennials, con 750 grammi settimanali pro-capite, e dalla Generazione X, con 478 grammi settimanali.

Quanto alla cura per la preparazione dei pasti per tutte le generazioni è un tratto distintivo mediterraneo e italiano. Un’abitudine di vita a cui si dedica ogni giorno l’88% degli italiani. Solo il 4% dichiara di non cucinare perché non ama farlo.
E per la prima volta risulta praticamente unanime la consapevolezza intorno al tema ‘spreco’, con il 94% degli italiani che certifica la sua attenzione alla questione e il 63% che getta qualcosa meno di 1 volta a settimana. Solo il 14% spreca quasi quotidianamente.

Frutta, verdura, pane finiscono nel cestino

Sono dati che confermano un divario generazionale: il 29% della GenZ spreca almeno una volta a settimana contro il 6% dei Boomers.

Tornando ai dati, riporta Adnkronos, si spreca meno al Nord (516 grammi settimanali, -7%), di più al Sud (591,2 grammi settimanali, +7%) e poco di più al Centro (570,8 grammi settimanali, +3%).
Inoltre, più virtuose le famiglie con figli (-10%) e i Comuni fino a 30mila abitanti (-8%).
In cima ai cibi più sprecati svettano la frutta fresca (22,2 g a settimana), la verdura fresca (20,6 g) e il pane fresco (19,6 g). Seguono, l’insalata (18,8 g), cipolle/aglio/tuberi (17,2 g).

Ricerche di lavoro: lo stipendio è importante, ma il benessere è fondamentale

Il mercato del lavoro italiano sta attraversando una profonda trasformazione guidata da una nuova scala di valori. Se a determinare le scelte dei professionisti la retribuzione continua a rimanere un fattore chiave, non è più l’unico elemento. E nemmeno il più importante.
È quanto emerge dal nuovo Smarter hiring report, l’indagine internazionale condotta in 12 Paesi da Indeed, portale per chi cerca e offre lavoro, in collaborazione con YouGov, con l’obiettivo di analizzare le aspettative dei talenti e le strategie di recruiting.

Secondo Indeed lo stipendio è sempre rilevante, ma non fondamentale quanto il benessere in azienda. Tanto che 4 candidati italiani su 10 (40%) considerano l’equilibrio tra vita privata e lavoro il fattore decisivo nella scelta tra le diverse offerte.

Cambiano i criteri per la scelta di un impiego

I risultati della ricerca posizionano il benessere non solo su un piano di rilevanza, ma lo rendono il criterio indiscutibilmente più importante, seguito al secondo posto dallo stipendio base, prioritario per il 26% dei candidati.

Altri elementi determinanti per accettare un impiego sono la crescita professionale (14%), le opportunità di apprendimento (8%) e i benefit (7%).
L’indagine evidenzia, quindi, come i professionisti non cerchino più solo un compenso, ma un ambiente di lavoro che rispetti e supporti il loro equilibrio di vita.

Una “disconnessione sulle aspettative” tra azienda e candidati

Il benessere oggi non è più solo un desiderio, ma un criterio di selezione attivo con cui i candidati valutano, e se necessario, bocciano le imprese.
Tuttavia, capire se un’azienda sia realmente attenta a questi temi resta complesso. Il 13% dei candidati italiani segnala che una delle maggiori difficoltà nella ricerca di un impiego è proprio come ‘capire la cultura aziendale prima di candidarsi’

Questa mancanza di chiarezza rischia di far desistere i talenti migliori ancor prima del colloquio, e delinea una delle principali incongruenze tra domanda e offerta. Incongruenza che il report definisce ‘disconnessione sulle aspettative’.

I datori di lavoro scommettono sulla crescita professionale, i professionisti sull’equilibrio vita-lavoro

A fronte del 40% dei candidati italiani che reputa l’equilibrio vita-lavoro fondamentale, solo il 17% dei datori di lavoro in Italia considera lo stesso elemento come il più attrattivo da comunicare nella propria offerta. Si tratta del dato più basso tra i Paesi esaminati.

I dati mostrano infatti che i datori di lavoro italiani scommettono principalmente sulla crescita professionale, indicata come fattore di punta dal 24% delle imprese e ‘solo dal 14% dei candidati.
Ancora più marcato è il disallineamento sullo stipendio base, riporta Adnkronos. Mentre per un candidato su quattro (26%) questo è il fattore che determina la scelta, solo il 13% delle aziende ritiene che lo stipendio base sia la propria carta vincente.

Estetica Avantgarde di Julius

Julius privilegia silhouette sperimentali, contrasti di texture e una palette ridotta ma intensa. Progettiano capi che giocano su proporzioni asimmetriche, materiali tecnici e dettagli sartoriali visibili.

Caratteristiche distintive

Julius costruisce silhouette scultoree con spalle pronunciate, torsioni strutturate e giacche che sfidano la simmetria classica. Le linee spesso allungano il corpo tramite drappeggi verticali, cuciture a vista e pannellature sovrapposte.

Il brand integra elementi utilitari: zip irreversibili, tasche sovradimensionate strategiche e chiusure magnetiche nascoste. Questi dettagli mantengono un’estetica funzionale senza scadere nel semplicistico.

Lavorazione e finiture sono centrali: tinte fisse, lavaggi controllati e bordi grezzi accompagnano tessuti come lana tecnica, gabardine rinforzata e pelle con trattamento opaco. La rilevanza del taglio sartoriale garantisce vestibilità precise.

Influenze concettuali

Julius clothing si ispira a architetture brutaliste e all’abbigliamento militare rielaborato in chiave contemporanea. L’approccio concettuale privilegia rigore strutturale, austerità estetica e un senso di protezione stilizzata.

La cultura underground giapponese e il movimento darkwave influenzano l’uso del nero stratificato e delle proporzioni voluminose. Designer del brand studiano silhouette giapponesi d’avanguardia per creare capi che sembrano costruiti attorno al corpo.

Temi filosofici ricorrenti includono anonimato, funzione come estetica e resistenza al consumismo. Queste idee guidano scelte produttive come limitare le stagioni, produrre capsule e privilegiare qualità e durabilità.

Palette cromatica e materiali

La palette rimane principalmente monocromatica: nero carbone, grigio ardesia, antracite e occasionali accenti ossidati come bronzo scuro. Colori di contrasto appaiono raramente e vengono usati per cuciture o fodere interne.

Tessuti tecnici e naturali coesistono: cotone mercerizzato, lana tecnica, gabardine stretch e pelle opaca trattata con fini antimacchia. Materiali innovativi includono membrane traspiranti e fibre termoregolanti per prestazioni elevate.

Finiture e trattamenti importanti:

  • Lavaggi chimici controllati per effetti consumati.
  • Verniciature opache su pelle e nylon.
  • Cuciture rinforzate e rinforzi termosaldati per durabilità.

Queste scelte materiali enfatizzano funzionalità, tatto e durata senza sacrificare l’aspetto distintivo del marchio.

Collezioni Iconiche

Julius costruisce collezioni che combinano tagli sperimentali, materiali tecnici e riferimenti culturali. Ogni stagione si concentra su una palette ridotta, silhouette destrutturate e capi modulari pensati per uso quotidiano e performance.

Collezioni storiche

La collezione “Blackout” (2005–2007) segna il passaggio dal minimalismo al rigore concettuale di Julius. Predominano capi neri, giacche destrutturate con cuciture esterne e tessuti lavati a mano.
Nel 2010 la linea “Anatomy” introduce pannelli stratificati e zip asimmetriche, diventando un modello per il tailoring contemporaneo del marchio. Questi abiti enfatizzano proporzioni allungate e spalle scolpite.
La serie “Reconstruct” (2014) sperimenta con rivestimenti in pelle sottile e tessuti elastici, pensata per il movimento e la durabilità. I capi si prestano a layering funzionale e mostrano attenzione alle finiture tecniche.

Collaborazioni rilevanti

Julius ha collaborato con marchi di calzature tecniche e produttori di tessuti innovativi. Tra le partnership più note c’è il progetto con una storica manifattura giapponese per trattamenti lavanti esclusivi.
Ha lavorato con designer di accessori per creare stivali e borse con dettagli nervati e sistemi di chiusura brevettati. Le collaborazioni spesso includono capsule limitate presentate in showroom selezionati e boutique monomarca.
La sinergia con laboratori di ricerca tessile ha portato a membrane traspiranti e finiture resistenti all’abrasione, utilizzate in giacche utilitarie e outerwear tecnico.

Temi ricorrenti

Il nero rimane la palette dominante, accompagnato da grigi profondi e occasionali tocchi di bordeaux. Questo codifica un’estetica coerente e facilmente riconoscibile.
Stratificazione e modularità ritornano in quasi tutte le stagioni: capi pensati per combinarsi, con elementi rimovibili e zip per regolare volume e funzione.
Dettagli tecnici come chiusure asymetriche, cuciture a vista e pannelli sagomati definiscono la silhouette. L’attenzione ai materiali—pelle sottile, jersey pesante e tessuti trattati—garantisce un equilibrio tra estetica e performance.

Produzione industriale: i dati Istat per novembre 2025

Lo rilevano gli ultimi dati rilasciati dall’Istat per novembre: dopo la flessione congiunturale del mese precedente (ottobre 2025) a novembre 2025 la produzione industriale italiana è tornata a crescere.
Si tratta di un aumento diffuso ai principali comparti industriali, e che risulta positivo anche per l’andamento congiunturale complessivo nella media trimestrale del periodo settembre – novembre 2025.

Allo stesso modo, l’indice destagionalizzato della produzione industriale, al netto degli effetti di calendario, appare in aumento anche su base annua, sia a livello complessivo sia per i principali raggruppamenti di industrie, ma a eccezione dei beni di consumo.

Indice destagionalizzato stimato a +1,5% rispetto a ottobre 2025

Più in particolare, per il mese di novembre 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato del +1,5% rispetto a ottobre, mentre nella media del trimestre settembre – novembre si stima che il livello della produzione cresca del +1,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

I dati relativi all’indice destagionalizzato mensile mostrano poi aumenti congiunturali in tutti i raggruppamenti principali di industrie, con variazioni positive per l’energia, in crescita del +3,9%, i beni strumentali in salita del +2,1%, i beni di consumo, a +1,1%, e marginalmente, i beni intermedi, che segnano un aumento stimato pari al +0,1%.

Variazioni tendenziali positive per beni strumentali, intermedi ed energia. In leggera flessione i beni di consumo

Al netto degli effetti di calendario (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a novembre dell’anno precedente), a novembre 2025 l’indice generale viene stimato in aumento in termini tendenziali del +1,4%.

In dettaglio, i dati Istat registrano variazioni tendenziali positive del +3,3% per i beni strumentali, del +2,0% per l’energia e del +1,0% per i beni intermedi.
Al contrario, risultano in lieve diminuzione i beni di consumo, la cui flessione è pari al -0,8%.

Il settore farmaceutico cresce del +8,7% in un anno, i carburanti calano del -4,4%

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono rappresentati dalla produzione di prodotti farmaceutici di base e i preparati farmaceutici, per i quali l’aumento stimato è pari al +8,7%, seguiti dal comparto della fabbricazione di computer, dei prodotti di elettronica e ottica, degli apparecchi elettromedicali e degli apparecchi di misurazione e orologi, che crescono del +5,8%. La fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche, sono in crescita stimata pari al +5,1%.

Di segno opposto, le flessioni più ampie rilevate dall’Istat riguardano la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, in calo stimato del -4,4%, la fabbricazione di mezzi di trasporto, in diminuzione del -3,1%, e la fabbricazione di prodotti chimici, che scende del -2,9%.

Il lavoro ha i capelli grigi: perché nelle PMI manca il ricambio generazionale?

L’Italia non è un paese per giovani lavoratori. Anzi. Mentre si parla spesso di innovazione e futuro, a mandare avanti le imprese sono sempre più spesso persone con alle spalle decenni di esperienza.

I dati lo confermano e una recente indagine dell’I-AER, Institute of Applied Economic Research, lo racconta senza giri di parole: l’occupazione cresce, ma quasi solo tra gli over 50. Un equilibrio che regge oggi, ma che domani rischia di diventare fragile.

I senior sono la spina dorsale delle imprese

Negli ultimi anni la presenza dei lavoratori più maturi è rimasta stabile nella maggior parte delle piccole e medie imprese ed è aumentata in una su quattro. In alcune realtà, gli over 50 rappresentano ormai più della metà della forza lavoro.

Al contrario, solo una minoranza può contare su una prevalenza di giovani. Il ricambio generazionale, di fatto, procede al rallentatore.

I settori a più altra concentrazione di over

I settori più “anziani” restano la Pubblica amministrazione, l’istruzione e i servizi pubblici, ma è nel terziario che si trova il numero più alto di lavoratori senior: commercio, turismo, servizi alla persona.
Anche manifattura e costruzioni mostrano segni evidenti di invecchiamento, soprattutto nei ruoli tecnici, dove sostituire competenze consolidate non è semplice.

Un Paese che perde i giovani

Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione degli over 50 è cresciuta soprattutto in molte regioni del Centro e del Sud. Nello stesso periodo, però, quasi 156 mila italiani hanno lasciato il Paese e molti erano giovani laureati.
È qui che il quadro si complica: meno giovani disponibili, più responsabilità sulle spalle di chi resta.

Scelte obbligate, non strategiche

Gli imprenditori lo dicono chiaramente. Tre PMI su quattro faticano a trovare profili adeguati. I lavoratori senior vengono scelti per affidabilità, autonomia e conoscenza del mestiere.

I giovani, quando arrivano, sono apprezzati per flessibilità e costi più bassi, ma spesso mancano tempo e risorse per accompagnarli in un vero percorso di crescita.

Tenere insieme presente e futuro

Secondo Fabio Papa, economista e fondatore di I-AER, il problema non è l’invecchiamento in sé, ma l’assenza di alternative. Le imprese valorizzano chi c’è, spesso senza un piano di successione. Il rischio è che tra qualche anno molte PMI si ritrovino senza figure pronte a raccogliere il testimone.

Il giudizio sui lavoratori over 50 resta positivo, anche se non mancano difficoltà legate ai costi, alla rigidità contrattuale e all’adattamento al cambiamento. La vera sfida, oggi, è trovare un equilibrio: continuare a puntare sull’esperienza e, allo stesso tempo, creare le condizioni perché i giovani tornino a essere una risorsa per il futuro delle imprese italiane.

Il paradosso delle “case dormienti”: tante abitazioni inutilizzate e scarsità di locazioni

A quanto emerge dal 4° Rapporto Federproprietà-Censis “Case dormienti, una ricchezza sommersa. Proposte per risvegliare il mercato degli affitti non turistici in Italia”, in Italia il 25,7% delle abitazioni intestate a persone fisiche è un patrimonio di case non utilizzate: 8,5 milioni di case.

Per l’80% degli italiani immettere nel mercato delle locazioni le case dormienti è un’ottima soluzione, per il 14,2% non lo è, mentre il 5,8% non ha un’opinione in merito.
Tra gli 8 milioni e mezzo di case inutilizzate, 5,8 milioni sono impiegate per soggiorni brevi o non locate, quasi 1,4 milioni prive persino di allacciamento alle reti di energia e acqua e quasi 1,3 milioni dagli utilizzi indefiniti e non presenti nelle dichiarazioni dei redditi.

Cosa trattiene i proprietari ad affittare gli immobili?

Per l’82,9% degli italiani è la paura di non rientrare in possesso della propria abitazione in caso di morosità dell’inquilino a trattenere i proprietari dal locare gli immobili. Per il 66%, poi, non si devono penalizzare fiscalmente i proprietari che lasciano gli immobili inutilizzati, mentre il 28,3% pensa che sarebbe opportuno e il 5,7% non sa.

E se l ’86,4% dei cittadini è convinto che le procedure di sfratto, in caso di morosità, vanno di molto accelerate l’84% degli italiani è favorevole all’introduzione di una Banca dati nazionale degli inquilini morosi.

Troppi affitti brevi a uso turistico

Sono 691.372 le strutture ricettive registrate nella Banca dati del Ministero del Turismo: oltre il 71% sono alloggi privati in affitto gestiti in forma non imprenditoriale.

Molto più alta è la pressione su alcune aree delle maggiori città turistiche. A Roma per 1.000 abitanti nell’area del Centro Storico gli annunci per affitti brevi sono 105, la media cittadina è 12, a Milano per 1.000 residenti nel Centro Storico ci sono 35 annunci, con una media cittadina pari a 13, a Firenze per 1.000 abitanti gli annunci per affitti brevi nel Centro storico sono 139, mentre sono 33 a livello comunale, a Venezia per 1.000 abitanti gli annunci di affitti brevi nell’area Venezia-Burano-Murano (Venezia insulare) sono 105, la media del comune è 32.

Il problema dell’accesso alla proprietà

Per il 94,1% degli italiani è molto difficile per i giovani acquistare casa senza supporto familiare. Lo pensa il 91,5% dei giovani, il 94,9% degli adulti e il 94,8% degli anziani. 
Per il 92% degli italiani occorrono misure per agevolare l’accesso alla proprietà della prima casa, perché rassicura le persone e genera stabilità nella società. A pensarlo è il 90,6% dei giovani, il 92,6% degli adulti e il 91,8% degli anziani. 

Quanto alle persone che vivono in case inadeguate o fatiscenti erano nel 2014 il 9,5% scendendo al 5,6% nel 2024. Inoltre, tra 2014 e 2024 le quote di famiglie con abitazioni con strutture danneggiate sono diminuite dal 13,2% al 9,8%, quelle con problemi di umidità dal 19,9% al 12,9% e quelle con scarsa luminosità dal 7,5% al 7,3%.

Welfare aziendale: come sostenere il reddito dei dipendenti?

Scarsa informazione, difficoltà amministrative e convinzioni errate alimentano il fenomeno del non take-up, che genera il cosiddetto ‘welfare non riscosso’.
Si stima che in media in Italia il 40% di chi potrebbe beneficiare di queste misure non lo faccia. Milioni di lavoratori italiani avrebbero quindi i requisiti per accedere a una vasta gamma di Public Benefit (bonus e agevolazioni pubbliche) destinati a persone e famiglie.

Tuttavia, solo una parte è consapevole di queste opportunità. E anche chi ne è a conoscenza spesso rinuncia a utilizzarle. Le procedure sono complesse, la burocrazia scoraggia e la percezione di ‘non averne diritto’ porta molti a non richiedere ciò che spetterebbe.
Per valutare il potenziale dell’integrazione dei Public Benefit nel welfare aziendale Bonoos, operatore in ambito HR-tech, ha condotto un’indagine su 100 HR Manager di aziende con più di 250 dipendenti

Public Benefit in azienda

In un mercato del lavoro segnato da inflazione, salari in crescita più lenta rispetto alla media europea e nuove esigenze sociali, le imprese possono trasformare i Public Benefit in un valore concreto per lavoratori e organizzazioni.

Quasi il 20% delle aziende offre già servizi per facilitare l’accesso ai Public Benefit. L’integrazione fra Public Benefit e welfare aziendale è sempre più rilevante in un contesto in cui sostenere il reddito dei collaboratori rappresenta una leva fondamentale per engagement, retention e benessere.
A oggi, i Fringe Benefit risultano la formula più diffusa (76%), seguiti dai Flexible Benefit (44%).

Una nuova fase di sviluppo

L’integrazione dei Public Benefit è considerata logica e semplice, soprattutto per le imprese che dispongono già di un portale di welfare.
Oltre 6 HR Manager su 10 conoscono i Public Benefit anche senza offrirli ai dipendenti, e la consapevolezza sale al 71% considerando l’intero campione.

La conoscenza rimane però iniziale. Il 75% degli HR Manager non sa quanti bonus siano effettivamente disponibili in Italia. Molti li stimano tra 100 e 200, mentre Bonoos ne ha mappati oltre 1.000, riguardanti famiglia, salute, disabilità, istruzione, mobilità sostenibile, tempo libero e casa.
Solo 4 HR Manager su 10 sanno che il valore potenziale dei Public Benefit può superare 1.000 euro annui pro capite. E il 60% è disposto a introdurli o mantenerli nel proprio piano di welfare. 

Vantaggi win-win

La propensione aumenta tra le aziende che hanno già iniziato un percorso di integrazione o dispongono di un piano strutturato.
Il principale driver è il vantaggio economico per i lavoratori.

Tra i benefici percepiti dalle aziende emergono maggiore soddisfazione dei dipendenti, miglioramento del clima interno (nelle aziende già dotate di piani di welfare), sostegno concreto e misurabile al reddito, generabile senza costi aggiuntivi per l’impresa, rafforzamento e ampliamento dell’offerta di welfare.
Quasi 8 HR Manager su 10 ritengono che i lavoratori accoglierebbero favorevolmente l’introduzione di questi servizi. Per i dipendenti, l’accesso ai Public Benefit significa maggiore potere d’acquisto, più supporto alla vita quotidiana e un contributo reale al benessere complessivo.

Giornate fredde? Aumenta il desiderio di connessione e socialità  

Gli italiani sembrano aver preso gusto alle “connessioni vere”. Dopo un’estate trascorsa con un occhio in meno allo smartphone e uno in più alle relazioni sincere, anche l’autunno e il prossimo inverno confermano una tendenza già avviata: rallentare, ritrovarsi, ritagliare tempo per sé e per gli altri. Con l’arrivo delle temperature più rigide, la routine cambia e la voglia di momenti semplici, accoglienti e autentici diventa una necessità più che un lusso.

Voglia di stare insieme, ma in casa

Secondo l’Osservatorio IT (Italia Togetherness) di Bibite Sanpellegrino, che ha analizzato i comportamenti di 1.200 italiani attraverso la metodologia SWOA, la socialità sta prendendo una piega più intima rispetto al passato.

Si esce meno, si sta più tra le mura domestiche, ma questo non significa isolarsi: si preferisce condividere il tempo con amici stretti o parenti, magari attorno a un tavolo o in un salotto accogliente. L’idea dominante è chiara: alleggerire lo stress quotidiano e recuperare un ritmo più umano.

Una tendenza che parla anche al resto del mondo

Non è soltanto un tratto italiano. Lo studio internazionale Innova Market Insights evidenzia come la Relaxed Sociability, la socialità rilassata, stia diventando una delle tendenze globali verso il 2026. Le persone, ovunque, mostrano un bisogno crescente di ambienti informali dove poter essere se stessi.

Bar, caffè e bistrot stanno diventando spazi ponte, a metà tra il pubblico e il privato, perfetti per chi cerca calore senza formalità.

Cibo e bevande come collante

In questo scenario, il cibo torna a essere un linguaggio universale. Non più solo nutrimento, ma una sorta di rito che unisce, rassicura e crea complicità.

Lo confermano anche le analisi pubblicate su InsightTrendsWorld, che mostrano come ciò che mettiamo in tavola rifletta sempre più il nostro modo di vivere e i valori che scegliamo di portare con noi.

L’essenza dell’Italian Togetherness

Dentro questa cornice si inserisce il concetto di Italian Togetherness, l’idea di socialità spontanea e accogliente che caratterizza il nostro Paese. Che sia un aperitivo improvvisato o una cena preparata all’ultimo momento, ciò che conta è la sincerità dei rapporti.

Dallo stesso Osservatorio emergono dieci parole chiave che descrivono questa nuova socialità: condivisione, dialogo, inclusività, empatia, comunità, convivialità, rete, flessibilità, fiducia e consapevolezza. Sono i valori che, giorno dopo giorno, rimettono al centro le persone e trasformano ogni incontro in un’occasione per stare bene.
Un modo di vivere semplice, forse, ma che oggi più che mai sembra essere la nostra bussola.

Spesa: italiani “infedeli” cercano l’insegna più conveniente

Gli italiani sono sempre più infedeli alle insegne. Con l’aumento generalizzato del costo della vita, soprattutto dei prezzi dei beni alimentari, i dati legati alla fedeltà alle insegne dei supermercati o ipermercati da parte dei consumatori sono ulteriormente peggiorati.

Complici la riduzione del potere di acquisto e la crescente necessità di ricercare offerte in linea con il proprio budget di spesa, oggi quasi 1 italiano su 2, il 49%, è infatti propenso a cambiare punto vendita se questo risulta più conveniente.
Lo rivela l’ultima indagine svolta da DoveConviene, l’app per semplificare lo shopping.

La caccia alle promo è sempre aperta

Secondo l’Osservatorio Shopping di DoveConviene, rispetto alla rilevazione precedente, nell’arco di un appena mese solo il 5% degli intervistati oggi dichiara di frequentare un unico punto vendita.

La maggior parte degli intervistati afferma di ‘muoversi’ tra più insegne. In particolare, il 36% ne visita regolarmente tre e il 16% addirittura più di quattro.
Ma se la fedeltà non è il fattore principale, cosa guida la scelta del punto vendita in cui fare la spesa?

Le promozioni e i prezzi più accessibili fanno la differenza

Semplice, a fare la differenza sono soprattutto promozioni e prezzi convenienti.
Il 60% dei consumatori si orienta quindi verso le offerte più vantaggiose, mentre il 50% privilegia i supermercati con i prezzi più bassi.

Altri fattori che orientano gli acquisti sono la prossimità del punto vendita e la varietà dei prodotti. Il 29% opta infatti per i negozi vicini a casa, mentre il 28% predilige store con ampi assortimenti di articoli disponibili.
Tuttavia, il risparmio rimane al centro.

Il criterio che guida la scelta rimane il risparmio

Di certo si tratta di un effetto collaterale dell’aumento dei prezzi. Alle prese con l’erosione del loro potere d’acquisto, gli italiani si scoprono sempre più infedeli alle insegne al momento di fare la spesa. Non è un caso se che il 70% degli italiani consulti sempre i volantini promozionali in fase di pianificazione della spesa.

L’indagine evidenzia, inoltre, la tendenza da parte dei consumatori a prediligere formati di negozi diversi, a seconda della tipologia dei prodotti acquistati.
Nel dettaglio, per quanto riguarda la spesa alimentare l’86% degli italiani preferisce affidarsi a supermercati e ipermercati, mentre il 52% sceglie il discount.
Per l’acquisto di prodotti per la cura della casa e della persona, invece, il 62% si rivolge a negozi specializzati e il 50% a supermercati e ipermercati.

La Generazione Alpha tra sogni, paure e voglia di cambiare

Cosa sognano i ragazzi di oggi e come si pongono nei confronti del domani che li aspetta? La nuova edizione dell’Osservatorio Genere e Stereotipi 2025, realizzata da Henkel Italia insieme a Eumetra, ha provato a capire proprio questo: cosa pensano, cosa desiderano e quali ostacoli percepiscono i tredicenni e quindicenni della Generazione Alpha.

Il titolo della ricerca, “I sogni a ostacoli della Generazione Alpha”, è già di per sé molto eloquente: entusiasmo e incertezze convivono, la consapevolezza cresce, ma gli stereotipi non sono ancora del tutto superati.

Ragazze e ragazzi: si sogna in grande, con un po’ di paura 

Il 44% delle ragazze e il 39% dei ragazzi ha grandi progetti per il futuro. E’ questo il principale dato che emerge dalla ricerca. Ma si scopre anche che la famiglia rimane un punto di riferimento fondamentale: oltre il 70% dei giovani si sente supportato nel coltivare le proprie passioni.
Le cose cambiano, invece, quando si parla di fiducia in sé stessi. Soprattutto, emergono risposte diverse a seconda del genere. Il 78% dei ragazzi pensa di poter lasciare il segno nel mondo, contro il 70% delle ragazze. E se il 21% dei ragazzi crede di poter emergere, tra le ragazze questa cifra scende al 16%.

Le maggiori preoccupazioni riguardano discriminazioni e ostacoli di genere: il 28% delle ragazze teme penalizzazzioni al lavoro, e il 31% è preoccupato per le conseguenze legate alla maternità. Non sorprende che molte dicano di aver visto le proprie madri faticare per conciliare carriera e vita familiare, nonostante oggi i papà siano sempre più presenti anche nella vita domestica.  

I modelli di riferimento? Non sono gli influencer

Curiosamente, c’è uno scarto tra ciò che gli adulti pensano e la percezione dei ragazzi: mentre il 70% degli adulti crede che gli influencer siano i principali modelli, solo il 2% dei preadolescenti li indica come esempio.
I veri punti di riferimento restano i genitori, concreti simboli di impegno e realizzazione personale.

Media, linguaggio e nuove consapevolezze

La Generazione Alpha osserva i media con spirito critico: l’84% delle ragazze e l’81% dei ragazzi ritiene che uomini e donne siano ancora rappresentati in modo stereotipato, tra canoni di bellezza obbligatori e mascolinità forzata.
Sul linguaggio, i giovani chiedono meno simboli e più sostanza: non vogliono solo schwa o asterischi, ma un modo di parlare che rispetti davvero le differenze.

L’ascolto come chiave del cambiamento

Secondo Eumetra, che accompagna Henkel Italia fin dalla prima edizione dell’Osservatorio, ascoltare i più giovani è fondamentale per capire dove stia andando la società.
Questo approccio è coerente anche con il recente rinnovo della Certificazione per la Parità di Genere, che conferma una direzione chiara: costruire un futuro più equo, dove i sogni — anche se a ostacoli — restino possibili per tutti.