Il lavoro ha i capelli grigi: perché nelle PMI manca il ricambio generazionale?

L’Italia non è un paese per giovani lavoratori. Anzi. Mentre si parla spesso di innovazione e futuro, a mandare avanti le imprese sono sempre più spesso persone con alle spalle decenni di esperienza.

I dati lo confermano e una recente indagine dell’I-AER, Institute of Applied Economic Research, lo racconta senza giri di parole: l’occupazione cresce, ma quasi solo tra gli over 50. Un equilibrio che regge oggi, ma che domani rischia di diventare fragile.

I senior sono la spina dorsale delle imprese

Negli ultimi anni la presenza dei lavoratori più maturi è rimasta stabile nella maggior parte delle piccole e medie imprese ed è aumentata in una su quattro. In alcune realtà, gli over 50 rappresentano ormai più della metà della forza lavoro.

Al contrario, solo una minoranza può contare su una prevalenza di giovani. Il ricambio generazionale, di fatto, procede al rallentatore.

I settori a più altra concentrazione di over

I settori più “anziani” restano la Pubblica amministrazione, l’istruzione e i servizi pubblici, ma è nel terziario che si trova il numero più alto di lavoratori senior: commercio, turismo, servizi alla persona.
Anche manifattura e costruzioni mostrano segni evidenti di invecchiamento, soprattutto nei ruoli tecnici, dove sostituire competenze consolidate non è semplice.

Un Paese che perde i giovani

Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione degli over 50 è cresciuta soprattutto in molte regioni del Centro e del Sud. Nello stesso periodo, però, quasi 156 mila italiani hanno lasciato il Paese e molti erano giovani laureati.
È qui che il quadro si complica: meno giovani disponibili, più responsabilità sulle spalle di chi resta.

Scelte obbligate, non strategiche

Gli imprenditori lo dicono chiaramente. Tre PMI su quattro faticano a trovare profili adeguati. I lavoratori senior vengono scelti per affidabilità, autonomia e conoscenza del mestiere.

I giovani, quando arrivano, sono apprezzati per flessibilità e costi più bassi, ma spesso mancano tempo e risorse per accompagnarli in un vero percorso di crescita.

Tenere insieme presente e futuro

Secondo Fabio Papa, economista e fondatore di I-AER, il problema non è l’invecchiamento in sé, ma l’assenza di alternative. Le imprese valorizzano chi c’è, spesso senza un piano di successione. Il rischio è che tra qualche anno molte PMI si ritrovino senza figure pronte a raccogliere il testimone.

Il giudizio sui lavoratori over 50 resta positivo, anche se non mancano difficoltà legate ai costi, alla rigidità contrattuale e all’adattamento al cambiamento. La vera sfida, oggi, è trovare un equilibrio: continuare a puntare sull’esperienza e, allo stesso tempo, creare le condizioni perché i giovani tornino a essere una risorsa per il futuro delle imprese italiane.

Il paradosso delle “case dormienti”: tante abitazioni inutilizzate e scarsità di locazioni

A quanto emerge dal 4° Rapporto Federproprietà-Censis “Case dormienti, una ricchezza sommersa. Proposte per risvegliare il mercato degli affitti non turistici in Italia”, in Italia il 25,7% delle abitazioni intestate a persone fisiche è un patrimonio di case non utilizzate: 8,5 milioni di case.

Per l’80% degli italiani immettere nel mercato delle locazioni le case dormienti è un’ottima soluzione, per il 14,2% non lo è, mentre il 5,8% non ha un’opinione in merito.
Tra gli 8 milioni e mezzo di case inutilizzate, 5,8 milioni sono impiegate per soggiorni brevi o non locate, quasi 1,4 milioni prive persino di allacciamento alle reti di energia e acqua e quasi 1,3 milioni dagli utilizzi indefiniti e non presenti nelle dichiarazioni dei redditi.

Cosa trattiene i proprietari ad affittare gli immobili?

Per l’82,9% degli italiani è la paura di non rientrare in possesso della propria abitazione in caso di morosità dell’inquilino a trattenere i proprietari dal locare gli immobili. Per il 66%, poi, non si devono penalizzare fiscalmente i proprietari che lasciano gli immobili inutilizzati, mentre il 28,3% pensa che sarebbe opportuno e il 5,7% non sa.

E se l ’86,4% dei cittadini è convinto che le procedure di sfratto, in caso di morosità, vanno di molto accelerate l’84% degli italiani è favorevole all’introduzione di una Banca dati nazionale degli inquilini morosi.

Troppi affitti brevi a uso turistico

Sono 691.372 le strutture ricettive registrate nella Banca dati del Ministero del Turismo: oltre il 71% sono alloggi privati in affitto gestiti in forma non imprenditoriale.

Molto più alta è la pressione su alcune aree delle maggiori città turistiche. A Roma per 1.000 abitanti nell’area del Centro Storico gli annunci per affitti brevi sono 105, la media cittadina è 12, a Milano per 1.000 residenti nel Centro Storico ci sono 35 annunci, con una media cittadina pari a 13, a Firenze per 1.000 abitanti gli annunci per affitti brevi nel Centro storico sono 139, mentre sono 33 a livello comunale, a Venezia per 1.000 abitanti gli annunci di affitti brevi nell’area Venezia-Burano-Murano (Venezia insulare) sono 105, la media del comune è 32.

Il problema dell’accesso alla proprietà

Per il 94,1% degli italiani è molto difficile per i giovani acquistare casa senza supporto familiare. Lo pensa il 91,5% dei giovani, il 94,9% degli adulti e il 94,8% degli anziani. 
Per il 92% degli italiani occorrono misure per agevolare l’accesso alla proprietà della prima casa, perché rassicura le persone e genera stabilità nella società. A pensarlo è il 90,6% dei giovani, il 92,6% degli adulti e il 91,8% degli anziani. 

Quanto alle persone che vivono in case inadeguate o fatiscenti erano nel 2014 il 9,5% scendendo al 5,6% nel 2024. Inoltre, tra 2014 e 2024 le quote di famiglie con abitazioni con strutture danneggiate sono diminuite dal 13,2% al 9,8%, quelle con problemi di umidità dal 19,9% al 12,9% e quelle con scarsa luminosità dal 7,5% al 7,3%.

Welfare aziendale: come sostenere il reddito dei dipendenti?

Scarsa informazione, difficoltà amministrative e convinzioni errate alimentano il fenomeno del non take-up, che genera il cosiddetto ‘welfare non riscosso’.
Si stima che in media in Italia il 40% di chi potrebbe beneficiare di queste misure non lo faccia. Milioni di lavoratori italiani avrebbero quindi i requisiti per accedere a una vasta gamma di Public Benefit (bonus e agevolazioni pubbliche) destinati a persone e famiglie.

Tuttavia, solo una parte è consapevole di queste opportunità. E anche chi ne è a conoscenza spesso rinuncia a utilizzarle. Le procedure sono complesse, la burocrazia scoraggia e la percezione di ‘non averne diritto’ porta molti a non richiedere ciò che spetterebbe.
Per valutare il potenziale dell’integrazione dei Public Benefit nel welfare aziendale Bonoos, operatore in ambito HR-tech, ha condotto un’indagine su 100 HR Manager di aziende con più di 250 dipendenti

Public Benefit in azienda

In un mercato del lavoro segnato da inflazione, salari in crescita più lenta rispetto alla media europea e nuove esigenze sociali, le imprese possono trasformare i Public Benefit in un valore concreto per lavoratori e organizzazioni.

Quasi il 20% delle aziende offre già servizi per facilitare l’accesso ai Public Benefit. L’integrazione fra Public Benefit e welfare aziendale è sempre più rilevante in un contesto in cui sostenere il reddito dei collaboratori rappresenta una leva fondamentale per engagement, retention e benessere.
A oggi, i Fringe Benefit risultano la formula più diffusa (76%), seguiti dai Flexible Benefit (44%).

Una nuova fase di sviluppo

L’integrazione dei Public Benefit è considerata logica e semplice, soprattutto per le imprese che dispongono già di un portale di welfare.
Oltre 6 HR Manager su 10 conoscono i Public Benefit anche senza offrirli ai dipendenti, e la consapevolezza sale al 71% considerando l’intero campione.

La conoscenza rimane però iniziale. Il 75% degli HR Manager non sa quanti bonus siano effettivamente disponibili in Italia. Molti li stimano tra 100 e 200, mentre Bonoos ne ha mappati oltre 1.000, riguardanti famiglia, salute, disabilità, istruzione, mobilità sostenibile, tempo libero e casa.
Solo 4 HR Manager su 10 sanno che il valore potenziale dei Public Benefit può superare 1.000 euro annui pro capite. E il 60% è disposto a introdurli o mantenerli nel proprio piano di welfare. 

Vantaggi win-win

La propensione aumenta tra le aziende che hanno già iniziato un percorso di integrazione o dispongono di un piano strutturato.
Il principale driver è il vantaggio economico per i lavoratori.

Tra i benefici percepiti dalle aziende emergono maggiore soddisfazione dei dipendenti, miglioramento del clima interno (nelle aziende già dotate di piani di welfare), sostegno concreto e misurabile al reddito, generabile senza costi aggiuntivi per l’impresa, rafforzamento e ampliamento dell’offerta di welfare.
Quasi 8 HR Manager su 10 ritengono che i lavoratori accoglierebbero favorevolmente l’introduzione di questi servizi. Per i dipendenti, l’accesso ai Public Benefit significa maggiore potere d’acquisto, più supporto alla vita quotidiana e un contributo reale al benessere complessivo.

Giornate fredde? Aumenta il desiderio di connessione e socialità  

Gli italiani sembrano aver preso gusto alle “connessioni vere”. Dopo un’estate trascorsa con un occhio in meno allo smartphone e uno in più alle relazioni sincere, anche l’autunno e il prossimo inverno confermano una tendenza già avviata: rallentare, ritrovarsi, ritagliare tempo per sé e per gli altri. Con l’arrivo delle temperature più rigide, la routine cambia e la voglia di momenti semplici, accoglienti e autentici diventa una necessità più che un lusso.

Voglia di stare insieme, ma in casa

Secondo l’Osservatorio IT (Italia Togetherness) di Bibite Sanpellegrino, che ha analizzato i comportamenti di 1.200 italiani attraverso la metodologia SWOA, la socialità sta prendendo una piega più intima rispetto al passato.

Si esce meno, si sta più tra le mura domestiche, ma questo non significa isolarsi: si preferisce condividere il tempo con amici stretti o parenti, magari attorno a un tavolo o in un salotto accogliente. L’idea dominante è chiara: alleggerire lo stress quotidiano e recuperare un ritmo più umano.

Una tendenza che parla anche al resto del mondo

Non è soltanto un tratto italiano. Lo studio internazionale Innova Market Insights evidenzia come la Relaxed Sociability, la socialità rilassata, stia diventando una delle tendenze globali verso il 2026. Le persone, ovunque, mostrano un bisogno crescente di ambienti informali dove poter essere se stessi.

Bar, caffè e bistrot stanno diventando spazi ponte, a metà tra il pubblico e il privato, perfetti per chi cerca calore senza formalità.

Cibo e bevande come collante

In questo scenario, il cibo torna a essere un linguaggio universale. Non più solo nutrimento, ma una sorta di rito che unisce, rassicura e crea complicità.

Lo confermano anche le analisi pubblicate su InsightTrendsWorld, che mostrano come ciò che mettiamo in tavola rifletta sempre più il nostro modo di vivere e i valori che scegliamo di portare con noi.

L’essenza dell’Italian Togetherness

Dentro questa cornice si inserisce il concetto di Italian Togetherness, l’idea di socialità spontanea e accogliente che caratterizza il nostro Paese. Che sia un aperitivo improvvisato o una cena preparata all’ultimo momento, ciò che conta è la sincerità dei rapporti.

Dallo stesso Osservatorio emergono dieci parole chiave che descrivono questa nuova socialità: condivisione, dialogo, inclusività, empatia, comunità, convivialità, rete, flessibilità, fiducia e consapevolezza. Sono i valori che, giorno dopo giorno, rimettono al centro le persone e trasformano ogni incontro in un’occasione per stare bene.
Un modo di vivere semplice, forse, ma che oggi più che mai sembra essere la nostra bussola.

Spesa: italiani “infedeli” cercano l’insegna più conveniente

Gli italiani sono sempre più infedeli alle insegne. Con l’aumento generalizzato del costo della vita, soprattutto dei prezzi dei beni alimentari, i dati legati alla fedeltà alle insegne dei supermercati o ipermercati da parte dei consumatori sono ulteriormente peggiorati.

Complici la riduzione del potere di acquisto e la crescente necessità di ricercare offerte in linea con il proprio budget di spesa, oggi quasi 1 italiano su 2, il 49%, è infatti propenso a cambiare punto vendita se questo risulta più conveniente.
Lo rivela l’ultima indagine svolta da DoveConviene, l’app per semplificare lo shopping.

La caccia alle promo è sempre aperta

Secondo l’Osservatorio Shopping di DoveConviene, rispetto alla rilevazione precedente, nell’arco di un appena mese solo il 5% degli intervistati oggi dichiara di frequentare un unico punto vendita.

La maggior parte degli intervistati afferma di ‘muoversi’ tra più insegne. In particolare, il 36% ne visita regolarmente tre e il 16% addirittura più di quattro.
Ma se la fedeltà non è il fattore principale, cosa guida la scelta del punto vendita in cui fare la spesa?

Le promozioni e i prezzi più accessibili fanno la differenza

Semplice, a fare la differenza sono soprattutto promozioni e prezzi convenienti.
Il 60% dei consumatori si orienta quindi verso le offerte più vantaggiose, mentre il 50% privilegia i supermercati con i prezzi più bassi.

Altri fattori che orientano gli acquisti sono la prossimità del punto vendita e la varietà dei prodotti. Il 29% opta infatti per i negozi vicini a casa, mentre il 28% predilige store con ampi assortimenti di articoli disponibili.
Tuttavia, il risparmio rimane al centro.

Il criterio che guida la scelta rimane il risparmio

Di certo si tratta di un effetto collaterale dell’aumento dei prezzi. Alle prese con l’erosione del loro potere d’acquisto, gli italiani si scoprono sempre più infedeli alle insegne al momento di fare la spesa. Non è un caso se che il 70% degli italiani consulti sempre i volantini promozionali in fase di pianificazione della spesa.

L’indagine evidenzia, inoltre, la tendenza da parte dei consumatori a prediligere formati di negozi diversi, a seconda della tipologia dei prodotti acquistati.
Nel dettaglio, per quanto riguarda la spesa alimentare l’86% degli italiani preferisce affidarsi a supermercati e ipermercati, mentre il 52% sceglie il discount.
Per l’acquisto di prodotti per la cura della casa e della persona, invece, il 62% si rivolge a negozi specializzati e il 50% a supermercati e ipermercati.

La Generazione Alpha tra sogni, paure e voglia di cambiare

Cosa sognano i ragazzi di oggi e come si pongono nei confronti del domani che li aspetta? La nuova edizione dell’Osservatorio Genere e Stereotipi 2025, realizzata da Henkel Italia insieme a Eumetra, ha provato a capire proprio questo: cosa pensano, cosa desiderano e quali ostacoli percepiscono i tredicenni e quindicenni della Generazione Alpha.

Il titolo della ricerca, “I sogni a ostacoli della Generazione Alpha”, è già di per sé molto eloquente: entusiasmo e incertezze convivono, la consapevolezza cresce, ma gli stereotipi non sono ancora del tutto superati.

Ragazze e ragazzi: si sogna in grande, con un po’ di paura 

Il 44% delle ragazze e il 39% dei ragazzi ha grandi progetti per il futuro. E’ questo il principale dato che emerge dalla ricerca. Ma si scopre anche che la famiglia rimane un punto di riferimento fondamentale: oltre il 70% dei giovani si sente supportato nel coltivare le proprie passioni.
Le cose cambiano, invece, quando si parla di fiducia in sé stessi. Soprattutto, emergono risposte diverse a seconda del genere. Il 78% dei ragazzi pensa di poter lasciare il segno nel mondo, contro il 70% delle ragazze. E se il 21% dei ragazzi crede di poter emergere, tra le ragazze questa cifra scende al 16%.

Le maggiori preoccupazioni riguardano discriminazioni e ostacoli di genere: il 28% delle ragazze teme penalizzazzioni al lavoro, e il 31% è preoccupato per le conseguenze legate alla maternità. Non sorprende che molte dicano di aver visto le proprie madri faticare per conciliare carriera e vita familiare, nonostante oggi i papà siano sempre più presenti anche nella vita domestica.  

I modelli di riferimento? Non sono gli influencer

Curiosamente, c’è uno scarto tra ciò che gli adulti pensano e la percezione dei ragazzi: mentre il 70% degli adulti crede che gli influencer siano i principali modelli, solo il 2% dei preadolescenti li indica come esempio.
I veri punti di riferimento restano i genitori, concreti simboli di impegno e realizzazione personale.

Media, linguaggio e nuove consapevolezze

La Generazione Alpha osserva i media con spirito critico: l’84% delle ragazze e l’81% dei ragazzi ritiene che uomini e donne siano ancora rappresentati in modo stereotipato, tra canoni di bellezza obbligatori e mascolinità forzata.
Sul linguaggio, i giovani chiedono meno simboli e più sostanza: non vogliono solo schwa o asterischi, ma un modo di parlare che rispetti davvero le differenze.

L’ascolto come chiave del cambiamento

Secondo Eumetra, che accompagna Henkel Italia fin dalla prima edizione dell’Osservatorio, ascoltare i più giovani è fondamentale per capire dove stia andando la società.
Questo approccio è coerente anche con il recente rinnovo della Certificazione per la Parità di Genere, che conferma una direzione chiara: costruire un futuro più equo, dove i sogni — anche se a ostacoli — restino possibili per tutti.

Viaggi di nozze: Sì, lo voglio, ma nel rispetto della Terra

La consapevolezza ambientale preme sul settore del wedding, cambiando le tendenze per il giorno delle nozze, con sempre più soluzioni per realizzare eventi eco-friendly. Se il matrimonio è l’occasione per celebrare l’amore nei confronti del proprio partner oggi lo è anche per testimoniare l’impegno per il futuro del pianeta.

Cresce quindi la proposta di idee green, particolarmente apprezzate dalle coppie di futuri sposi che richiedono prodotti, servizi e attività a basso impatto ambientale.
Dalla consulenza per la cerimonia alla gestione dei dettagli sul posto, TiukTravel accompagna gli sposi nel rendere unico il loro giuramento, dando particolare attenzione alla sostenibilità e al valore emozionale del viaggio.

Lune di miele memorabili e sostenibili

I futuri sposi continuano ad amare le mete iconiche per la Luna di Miele, ma con un approccio più autentico e sostenibile. Le più restano Giappone, Polinesia, Stati Uniti, Indonesia e Islanda. E se Maldive, Bali, Thailandia e Costarica non perdono il loro fascino la scelta ora è per eco-resort certificati. Lo sottolineano gli esperti delle agenzie di viaggio, che rivelano anche una crescita delle domande per tour in treno, un’alternativa slow e a basso impatto per girare i Paesi.

Sempre più richiesto poi è il carbon offset, per ridurre l’impatto di voli aerei e programmi zero waste, oltre alle esperienze nella natura come safari etici, glamping di lusso, tour solidali, lodge in riserve naturali o trekking tra paesaggi incontaminati.

Per il pranzo evitare il buffet 

E per gli sposi che amano le crociere green, ci sono le navi progettate per ridurre l’impatto ambientale. È infatti possibile prediligere compagnie di navigazione con propulsione a gas naturale liquefatto.
Se come location sono sempre più apprezzate quelle in cui il verde è predominante, le soluzioni che rispettano il Pianeta coinvolgono tutti gli ambiti del wedding. Menzione particolare va alla stagionalità dei cibi, che devono essere km 0 e preferibilmente su base vegetale.

Il consiglio dei wedding planner per un matrimonio attento all’ambiente è poi quello di evitare i buffet. Il modo migliore per evitare sprechi è proporre come benvenuto agli ospiti una selezione di aperitivi finger food, a giro braccio, seguita da menu con portate ridotte.

Viva il riciclo creativo!

La chiave di un matrimonio indimenticabile è sicuramente l’unicità di tutti i suoi dettagli, e nel “riciclo” creativo. Ecco allora che prendono vita allestimenti con richiami vintage, oppure bomboniere etiche o gastronomiche.

Occasione per sensibilizzare diventa poi l’intrattenimento artistico. È il caso del live painting, dove gli artisti possono reinterpretare e valorizzare tematiche legate alla natura e alla sostenibilità, trasformando l’intrattenimento in un vero e proprio messaggio artistico, perfettamente in sintonia con lo spirito dell’evento.
Più green anche le foto, che raccontano immagini autentiche lontane dalle pose tradizionali.
I reportage, sempre più richiesti, diventano servizi ambientati in scenari naturali, con sposi e Madre Terra protagonisti.

Travel trend: continua la storia d’amore del mondo con l’Europa

Per il turismo si apre una nuova era di viaggi attenti, intelligenti e orientati al valore. Con l’aumento del costo della vita viaggiare tanto è diventato più impegnativo, ma non impossibile. Nonostante le incertezze la voglia di viaggiare infatti rimane forte. Tanto che il 38% degli italiani darà priorità ai viaggi rispetto ad altre spese non essenziali.

Ma quali sono i nuovi travel trend per i prossimi mesi? Li ha delineati il report annuale NowNext ’25 di Omio, condotto in collaborazione con YouGov in 8 Paesi. Di certo, la storia d’amore del mondo con il Vecchio Continente continuerà anche nel prossimo futuro. Oltre ad attirare i viaggiatori extra-europei, anche il 56% dei britannici intende prenotare vacanze in Europa, e lo stesso vale per tedeschi (45%), italiani (42%) e spagnoli (42%). 

Il turismo guidato dallo schermo rimodella il settore

Sebbene social media (29%) e AI (9%) abbiano un ruolo nel cercare ispirazione, si preferisce scegliere la prossima meta basandosi su viaggi passati (42%) o raccomandazioni per passaparola (39%).
Interessante notare che il 23% è influenzato da film o serie Tv. Il turismo guidato dallo schermo è in piena espansione e sta rimodellando il settore.

Nel 2026 però le vacanze al mare saranno ancora protagoniste, con la ricerca di relax in spiaggia (46%) e il desiderio di tornare a casa rigenerati (51%).
Le capitali e i grandi viaggi avventurosi sono state le mete preferite degli ultimi anni, ma il prossimo porterà un mood più calmo e consapevole.

Mete meno affollate in reazione all’overtourism

Il turismo sostenibile è qui per restare, ma in modi diversi dal previsto. Il 20% dei viaggiatori cercherà tempo per sé e riflessione, mentre il 18% esperienze legate al benessere e alla cura di sé.

Italiani (41%) e spagnoli (39%) sono i più interessati a esplorare mete meno affollate e fuori dai circuiti più noti, probabilmente come reazione diretta all’overtourism. Il 21% dei viaggiatori vuole spostarsi verso capitali meno battute e le prenotazioni verso le città secondarie sono aumentate del 34% rispetto all’anno scorso.
Tra i motivi per visitare metropoli più piccole, prezzi più bassi (51%), meno folla (44%) e attrazioni uniche (40%).

Una Generazione Zelante

Nei prossimi mesi il 19% degli uomini sarà più propenso a viaggiare da solo alla ricerca di disconnessione dalla vita frenetica. Le donne, invece, saranno più inclini a viaggiare per connettersi (30%), con il 34% che prevede di partire per trascorrere tempo in famiglia o per riunioni, e il 22% più propense ad andare via con le amiche.

La GenZ poi sta reinventando il panorama dei viaggi come lo conosciamo. Nei prossimi 12 mesi il 31% dei giovani viaggiatori pianificherà in anticipo, e con maggiore attenzione, per gestire la spesa destinata alle vacanze.
Una scelta sensata, considerando che il 34% vuole viaggiare di più, il 26% restare via più a lungo e il 23% scegliere mezzi di trasporto più sostenibili.

Surgelati: l’Europa a tavola sceglie prodotti frozen

Frozen in Focus, è il report di Findus sulle scelte di consumo di Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Svezia- E i suoi risultati parlano chiaro: il 42% dei consumatori europei inserisce nei propri pasti prodotti surgelati da due a quattro volte alla settimana, a conferma del ruolo sempre più centrale del frozen food per una dieta più varia ed equilibrata. I prodotti surgelati si affermano infatti come la soluzione ideale per garantire un’alimentazione varia e nutriente durante tutto l’anno, rispondendo efficacemente anche a gusti e necessità alimentari in evoluzione.

Ma sono soprattutto praticità, risparmio di tempo e sostenibilità a rendere i surgelati sempre più presenti nelle abitudini alimentari delle famiglie europee.

Il 40% degli italiani li consuma anche 4 volte a settimana 

L’Italia, insieme alla Germania, si posiziona sopra la media europea, con il 44% dei consumatori che utilizza prodotti alimentari surgelati fino a 4 volte a settimana, seguita da Regno Unito (41%), Svezia (29%), Francia (28%).

Significativa è anche la crescente consapevolezza sul valore del frozen nell’inserire prodotti stagionali nella dieta. Quasi 4 consumatori europei su 10 (39%) apprezzano come i surgelati permettano di cucinare con ingredienti di stagione tutto l’anno, contribuendo così a migliorare la qualità e la varietà della propria alimentazione.

Stesso valore nutrizionale…

Ma se oltre 6 consumatori europei su 10 (63%, 58% Italia) sanno che i surgelati hanno un valore nutrizionale equivalente a quello dei prodotti freschi, solo il 21% è consapevole che in alcuni casi possono anche superarli.

Più della metà dei consumatori europei (51%) però li sceglie per il risparmio di tempo. Tendenza particolarmente marcata in Italia, dove il 52% riconosce nei prodotti frozen un alleato prezioso nella gestione più efficiente dei pasti.
Perfetti per chi cerca soluzioni per semplificare la quotidianità, i surgelati offrono anche vantaggi sul fronte economico. Il 36% degli europei li sceglie infatti perché permettono di risparmiare denaro (Italia 26%).

…meno visite al supermercato

Per il 45% degli europei acquistare surgelati consente anche di ridurre il numero di visite al supermercato o risparmiare fino a un’ora nella preparazione dei pasti (28%, Italia 31%). Tra le motivazioni più forti c’è anche la volontà di ridurre gli sprechi alimentari (47%).
E se anche in Italia il 35% dei consumatori desidera un freezer più capiente, lo spazio in freezer influenza il modo di fare la spesa (57% italiani, 51% europei).

Accanto al freezer, l’arrivo in cucina di nuovi strumenti come friggitrici ad aria, robot da cucina e altri elettrodomestici smart sta cambiando il modo di preparare i pasti surgelati. In particolare, la friggitrice a aria si sta affermando come il partner ideale del freezer. Oltre la metà (59%) degli over55 nel Regno Unito ne possiede una, seguiti dal 45% in Germania e dal 42,5% in Italia.

AI: per i giovani è un’opportunità di miglioramento, ma temono di non essere abbastanza preparati

È un paradosso generazionale quello del rapporto dei giovani con l’AI: pur riconoscendo il potenziale dell’Intelligenza artificiale, la maggior parte dei giovani italiani si sente ancora impreparata ad affrontare le nuove tecnologie.

Lo rivela il recente osservatorio di ASUS Business, condotto da Research Dogma, che ha indagato il punto di vista di un campione di giovani laureati e laureandi under 30. 
Lo studio, tuttavia, svela un paradosso sorprendente. Nonostante l’incertezza occupazionale, la crescente automazione di alcune posizioni e la percezione di non essere abbastanza preparati, la nuova generazione guarda all’Intelligenza artificiale come un’opportunità, e non come una minaccia.

Solo il 24% ritiene di essere competente

I dati raccolti mostrano anche una evidente lacuna nelle competenze digitali delle nuove generazioni. Sebbene oltre la metà degli intervistati si consideri un utente “di buon livello” alle prese con il computer, solo il 37% si dichiara molto preparato nell’uso di programmi e software.

La quota scende drasticamente quando il focus si sposta sull’Intelligenza artificiale, dove solo il 24% dei giovani si considera realmente competente. Questo scenario mette in luce come una generazione nata e cresciuta con la tecnologia dimostri una competenza ancora incompleta sulle tecnologie digitali, nonostante la consapevolezza che nel futuro saranno decisive.

Un “entusiasmo critico” verso la rivoluzione tech

D’altra parte, il quadro cambia quando si parla di percezione. La ricerca evidenzia infatti un “entusiasmo critico” verso l’evoluzione tecnologica. Quasi la totalità degli intervistati (95%) riconosce che l’AI avrà un impatto significativo sul lavoro, e il 76% ritiene che le competenze in questo ambito saranno sempre più fondamentali. Tuttavia, il 40% ritiene che si tratterà di un impatto meno radicale di quanto spesso si narra.

I giovani dimostrano un approccio lucido e pragmatico, accogliendo l’AI come un alleato per migliorare la produttività, la creatività e per liberare tempo da mansioni ripetitive. L’obiettivo finale è quello di ridefinire le priorità personali e professionali.

Il pragmatismo guida la vita professionale

Questo pragmatismo valoriale si riflette anche sulle priorità che i giovani assegnano al lavoro. Al primo posto rimane infatti la giusta remunerazione (53%), seguita dalla flessibilità di orari e giorni di lavoro (46%).
Questo indica una generazione che pone al centro della vita professionale il giusto compenso e l’equilibrio tra carriera, crescita individuale e qualità della vita.

“I risultati di questa ricerca offrono un segnale chiaro: i giovani guardano all’AI con uno spirito pragmatico, riconoscendone il potenziale per migliorare produttività e creatività, senza perdere di vista la necessità di un equilibrio tra lavoro e vita personale  – commenta Lavinia Fogolari, Head of Marketing SYS di ASUS, come riferisce riporta Adnkronos -. È incoraggiante vedere come questa generazione non consideri la tecnologia una minaccia, bensì un alleato con cui costruire un futuro professionale più sostenibile e motivante”.