Botteghe 2.0: come l’artigianato digitale ridà vita ai borghi italiani

Nei vicoli dei borghi italiani, fra pietra antica e porte colorate, si sta consumando una trasformazione silenziosa ma profonda: le botteghe artigiane non sono solo memoria culturale, ma diventano sempre più imprese digitali. L’incrocio fra tradizione manifatturiera e strumenti online sta cambiando il modello di presidio del territorio, creando nuove opportunità economiche per comunità che fino a pochi anni fa sembravano condannate allo spopolamento.

Il contesto è duplice. Da un lato, l’Italia è storicamente ricca di micro-imprese e maestri artigiani: piccoli laboratori, botteghe storiche e atelier rappresentano ancora una componente rilevante del tessuto produttivo nazionale. Dall’altro, la spinta all’adozione del digitale — accelerata dalla pandemia e sostenuta da programmi pubblici e privati — ha ridotto le barriere d’accesso ai mercati: social media, marketplace nazionali e internazionali, logistica terziarizzata e strumenti di pagamento digitali permettono ora anche al laboratorio più piccolo di vendere oltre i confini locali.

L’analisi dei numeri e degli indicatori recenti conferma la direzione: sebbene le statistiche ufficiali mostrino una forte dispersione territoriale delle imprese, i tassi di digitalizzazione tra le microimprese artigiane sono aumentati nettamente negli ultimi anni. Le Camere di commercio e le organizzazioni datoriali segnalano una crescita di iscrizioni a servizi e-commerce e di partecipazione a iniziative di promozione digitale. Parallelamente, interventi pubblici volti a migliorare connettività e alfabetizzazione digitale nei piccoli centri hanno reso possibile una svolta operativa: pagine web curate, fotografie professionali dei prodotti, gestione degli ordini in cloud e collaborazioni con corrieri specializzati sono oggi strumenti quotidiani per molti artigiani.

Gli esempi sul territorio rendono il fenomeno tangibile. In Umbria, un laboratorio di ceramica che per anni ha venduto soprattutto ai visitatori di passaggio ha costruito un canale Instagram e una piccola piattaforma di vendita, ottenendo clienti in Europa e Nord America; i ricavi online hanno permesso di assumere una figura per la logistica e di organizzare corsi serali per giovani del paese. In Puglia, una sartoria tradizionale ha dato vita a collaborazioni con influencer e interior designer, trasformando pezzi unici in collezioni destinate a boutique internazionali. Questi casi non sono eccezioni isolate: si moltiplicano reti informali di condivisione di competenze digitali tra maestri artigiani e giovani residenti, creando un circolo virtuoso che unisce competenze antiche e nuove tecnologie.

La trasformazione porta però con sé criticità. Non tutte le botteghe hanno competenze o risorse per gestire l’export digitale: la qualità fotografica, la descrizione dei prodotti, il pricing internazionale, la gestione dei resi e la logistica richiedono investimento e formazione. Inoltre, il rischio di standardizzazione e di perdita di identità è reale se la pressione commerciale spinge alla produzione in serie. È quindi cruciale sostenere una digitalizzazione che preservi il valore distintivo dei prodotti artigianali, accompagnata da politiche pubbliche mirate, incentivi per la formazione e servizi di consulenza accessibili.

Guardando avanti, le implicazioni economiche e sociali sono rilevanti. Per i borghi, la crescita delle botteghe digitali può significare non solo ricavi aggiuntivi, ma anche una maggiore attrattività per turismo di qualità e forme di residenza temporanea o stabile per professionisti che scelgono la vita nei centri storici. Per l’economia locale, la riconversione digitale delle microimprese può tradursi in nuovi posti di lavoro, in particolare per figure intermedie (logistica, marketing digitale, fotografia di prodotto). In chiave strategica, il rafforzamento di reti territoriali — centri di formazione, incubatori locali, festival culturali con vetrina digitale — potrà amplificare l’effetto moltiplicatore.

In conclusione, le botteghe 2.0 rappresentano un’opportunità per coniugare la ricchezza materiale e immateriale dell’Italia con le dinamiche dei mercati contemporanei. La sfida è costruire un ecosistema che non solo favorisca vendite puntuali, ma valorizzi la storia, la qualità e la sostenibilità dei prodotti artigiani. Servono investimenti in infrastrutture digitali, percorsi di formazione adattati alle microimprese e strumenti finanziari su misura. Se le politiche e il mercato sapranno accompagnare questa metamorfosi, i borghi italiani potrebbero non essere soltanto custodi del passato, ma motori di un’economia locale innovativa e sostenibile.

Riallineamento dei capitali globali: come deglobalizzazione e transizione energetica stanno rimodellando gli investimenti

Negli ultimi cinque anni i flussi di capitale internazionali hanno assunto dinamiche diverse rispetto al passato: non più solo inseguimento di rendimento e ricerca di efficienza, ma una riallocazione guidata da rischi geopolitici, reshoring e dalla necessità di finanziarie la transizione energetica. Questo articolo analizza come la combinazione di deglobalizzazione e politiche verdi stia ridisegnando le rotte degli investimenti, con esempi concreti e implicazioni per imprese, investitori e policy maker.

Contesto: la fine di un’era di integrazione lineare. Il periodo post-2008 era dominato da una crescente integrazione delle catene globali del valore, con grandi flussi di IDE, supply chain internazionali e piattaforme digitali che ottimizzavano costi. Due shock successivi — la pandemia e l’escalation di tensioni geopolitiche tra grandi potenze — hanno innescato una reazione. Aziende e governi stanno riconsiderando vulnerabilità critiche (componentistica strategica, accesso a materie prime, sicurezza digitale) e contemporaneamente mobilitano risorse per la decarbonizzazione.

Analisi: come si spostano i capitali. La deglobalizzazione non significa ritorno al passato, ma una ristrutturazione: più investimenti regionali, supply chain ridondanti e maggiore attenzione a resilienza e sicurezza. Aziende manifatturiere europee e nordamericane stanno riportando attività strategiche più vicino ai mercati finali (nearshoring), con effetti sui flussi di IDE. Allo stesso tempo, la transizione energetica richiama ingenti capitali pubblici e privati verso infrastrutture verdi — reti elettriche, batterie, rinnovabili, idrogeno — che richiedono investimenti a lungo termine e competenze specializzate.

Esempi concreti. Nel settore automobilistico, il riposizionamento delle catene di fornitura per la produzione di veicoli elettrici ha portato a nuovi investimenti in impianti per batterie in Europa e Nord America. Questo non solo genera occupazione locale, ma modifica i flussi commerciali e la domanda di minerali critici come litio e cobalto. Nel settore energetico, fondi sovrani e grandi asset manager hanno incrementato esposizione a progetti rinnovabili e infrastrutture di stoccaggio, spesso mediante partnership pubblico-private per ridurre il rischio tecnologico e politico.

Il ruolo delle politiche pubbliche. I piani nazionali per la resilienza delle supply chain e i pacchetti di incentivi per la green transition (crediti d’imposta, sovvenzioni, regolamentazioni favorevoli) stanno catalizzando capitali privati. Esempi di incentivi per il reshoring o per la produzione sostenibile mostrano come il settore pubblico possa indirizzare investimenti strategici. Tuttavia, la concorrenza fra giurisdizioni per attrarre progetti può generare distorsioni e richiede coordinamento sovranazionale per evitare corsa agli incentivi con costi fiscali elevati.

Rischi e opportunità per i mercati emergenti. Da un lato, la domanda di materie prime critiche e di infrastrutture rinnovabili offre opportunità di investimento e crescita. Dall’altro, i mercati emergenti che dipendono ancora da esportazioni a basso valore aggiunto rischiano di vedere ridotti flussi di IDE tradizionali se le catene si regionalizzano. La capacità di attrarre capitali dipenderà dalla qualità delle istituzioni, da infrastrutture logistiche resilienti e da regimi regolatori trasparenti.

Implicazioni per gli investitori. Gli asset manager devono riequilibrare portafogli considerando durata degli investimenti, rischi geopolitici e transizione energetica. Cresce l’importanza di analisi scenario-based, stress test sulle supply chain e valutazioni ESG integrate. Investire nelle cosiddette “infrastrutture critiche” e nelle tecnologie abilitanti (accumulazione energetica, digitalizzazione della logistica) può offrire rendimenti stabili ma richiede pazienza e approccio a lungo termine.

Implicazioni per le imprese. Le aziende devono bilanciare efficienza e resilienza: diversificare fornitori, valutare localizzazione strategica di attività chiave e investire in digitalizzazione per visibilità end-to-end. La transizione energetica impone piani industriali che integrino decarbonizzazione dei processi produttivi e gestione dei rischi di approvvigionamento di materie prime.

Verso il futuro: cosa aspettarsi. Nei prossimi anni vedremo una pluralità di modelli: regionalizzazione delle supply chain nei settori strategici, network globali più specializzati e un’ondata di investimenti in infrastrutture verdi. La competizione per attrarre capitali resterà intensa, ma chi saprà coniugare stabilità normativa, capacità tecnologica e sostenibilità ambientale otterrà vantaggi competitivi.

Conclusione. La riallocazione dei capitali globali non è un fenomeno temporaneo, ma una ridefinizione strutturale guidata da rischi geopolitici e dalla sfida climatica. Per imprese e policy maker l’obiettivo è chiaro: creare condizioni che attraggano investimenti produttivi e sostenibili, con una visione strategica di medio-lungo periodo. Chi riuscirà a interpretare e anticipare questi flussi, costruendo resilienza e competitività, sarà in posizione di leadership nell’economia globale ripensata del XXI secolo.

Natalità bassa, popolazione che invecchia: la sfida strutturale dell’Italia e le leve per ripartire

L’Italia affronta una crisi demografica che non è più solo una tendenza, ma una forza che rimodella il mercato del lavoro, le finanze pubbliche e la capacità di crescita del Paese. Con una natalità tra le più basse in Europa e una quota di popolazione over‑65 tra le più alte dell’Unione, il nostro sistema economico si trova davanti a scelte strutturali: adattarsi rapidamente oppure scontare anni di stagnazione e pressioni sui conti pubblici.

Negli ultimi anni i dati statistici hanno mostrato un calo costante delle nascite e, contemporaneamente, un aumento della quota di anziani. Questo fenomeno alimenta un mix pericoloso: minore offerta di lavoro giovane, aumento della spesa per pensioni e sanità, e un rapporto di dipendenza (rapporto tra popolazione non attiva e popolazione in età lavorativa) in peggioramento. La conseguenza più immediata è una riduzione del potenziale di crescita potenziale del PIL, perché meno lavoratori significano meno produzione e minore capacità di finanziare la protezione sociale.

Nell’analisi degli impatti concreti emergono esempi già visibili: molte aziende del manifatturiero e del settore primario segnalano difficoltà a reperire personale qualificato; il settore sanitario e dell’assistenza domiciliare prova carenze crescenti di operatori; alcuni distretti industriali fanno ricorso a soluzioni di automazione accelerata per compensare la mancanza di manodopera. Allo stesso tempo, l’ingresso di lavoratori stranieri rappresenta una risposta parziale ma non risolutiva: l’integrazione, la regolarizzazione e la formazione sono nodi decisivi che richiedono politiche coerenti nel medio termine.

Quali leve possono essere azionate per invertire o attenuare questa tendenza? Innanzitutto, la politica familiare: misure che sostengano concretamente le giovani coppie — servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, incentivi economici mirati alla natalità, politiche abitative per i nuclei familiari — possono influire sulla scelta di avere figli. Esempi esteri mostrano che interventi strutturali e duraturi danno risultati più stabili rispetto a bonus spot.

Una seconda leva è la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare femminile. L’aumento dell’occupazione femminile tramite incentivi alle imprese che adottano pratiche di conciliazione, orari flessibili e piani di carriera compatibili con la cura familiare è cruciale. Migliorare i servizi di conciliazione riduce il costo opportunità per le donne e aumenta la base di risorse produttive del Paese.

Terzo ambito: competenze e formazione. Con pochi giovani a disposizione, è fondamentale aumentare la produttività per lavoratore. Investire in formazione continua, digitalizzazione delle imprese e programmi di upskilling riduce il rischio che la scarsità di manodopera si traduca automaticamente in perdita di capacità produttiva. La transizione digitale e la robotizzazione, se abbinate a politiche attive del lavoro, possono essere un’opportunità per rilanciare la competitività.

Quarta leva: immigrazione mirata e integrazione. Una politica che attragga lavoratori con competenze richieste dal mercato e che faciliti percorsi di regolarizzazione e integrazione può alleviare la pressione demografica. Ma l’efficacia di questo strumento dipende dalla capacità di combinare flussi programmati con investimenti in formazione linguistica e professionale.

Infine, la sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario richiede scelte coraggiose e ponderate: adeguamenti graduali dell’età pensionabile, incentivi al lavoro attivo oltre l’età tradizionale di pensionamento e una gestione più efficiente della spesa pubblica possono contribuire a stabilizzare i conti senza compromettere il tessuto sociale.

Le implicazioni future sono chiare: senza un mix di politiche demografiche, del lavoro e dell’innovazione, l’Italia rischia di vedere erodere il proprio potenziale di crescita per decenni. Tuttavia, esistono percorsi praticabili per trasformare la crisi demografica in opportunità: servizi per le famiglie più efficaci, una forte spinta alla formazione e alla produttività, una gestione dell’immigrazione orientata al mercato del lavoro e riforme previdenziali equilibrate. Per le imprese e i decisori pubblici la priorità è costruire un’agenda integrata, che consideri i fattori demografici come variabile centrale della politica economica, non come fenomeno marginale.

Il tempo non è infinito: le scelte fatte oggi determineranno la capacità dell’Italia di competere domani. Affrontare la crisi demografica con misure coordinate e lungimiranti è l’unica strada per restituire slancio alla crescita e garantire sostenibilità sociale ed economica nel medio-lungo periodo.

AgroPulse: come una startup italiana ha digitalizzato la filiera agricola e perché è importante per l’economia del Paese

Nel panorama delle startup italiane, poche storie illustrano con chiarezza le opportunità e i colli di bottiglia della crescita come quella di AgroPulse, una realtà che ha puntato a digitalizzare la filiera agricola nazionale. Nato come progetto pilota nel 2018, AgroPulse ha combinato sensori IoT, analisi dati e una piattaforma B2B per mettere in contatto produttori, distributori e punti vendita, riducendo sprechi e migliorando marginalità.

Il contesto è noto: il settore agroalimentare è strategico per l’Italia, ma spesso frammentato e poco digitalizzato. La pandemia ha accelerato la domanda di soluzioni digitali in tutta la filiera, dall’ottimizzazione delle scorte alla tracciabilità del prodotto. In questo scenario AgroPulse ha trovato spazio proponendo un approccio end-to-end che punta a risolvere problemi pratici con metriche chiare: riduzione delle giacenze, miglioramento delle rese e diminuzione dei ritorni.

Analisi: modello di business e risultati concreti
AgroPulse si è strutturata su tre pilastri: hardware (sensori e gateway per monitorare temperatura, umidità e posizione), software (dashboard per azienda agricola e buyer) e marketplace per vendite dirette e contratti di fornitura. La proposta di valore era rivolta principalmente a medie imprese agricole e distributori locali che cercavano visibilità sui cicli di raccolta e consegna.

Nel primo anno di operazioni la startup ha siglato contratti pilota con 25 aziende agricole e con due cooperative di distribuzione, ottenendo una riduzione media degli sprechi del 12% nelle partite monitorate e una diminuzione dei resi del 9%. Questi miglioramenti si sono tradotti in un aumento medio del margine operativo per i produttori del 4–6% sui lotti gestiti.

Dal punto di vista finanziario, AgroPulse ha adottato un modello ibrido: vendita iniziale dell’hardware a prezzo scontato e abbonamento SaaS per la piattaforma (modello recurring). Questo ha permesso una rapida acquisizione clienti con payback medio inferiore a 18 mesi. Dopo una fase Seed nel 2019, la startup ha raccolto un investimento per consolidare la rete commerciale e sviluppare integrazioni con i gestionali dei distributori, ottenendo un tasso di crescita annuale del fatturato superiore al 70% nei due anni successivi al lancio commerciale.

Esempi pratici: casi d’uso replicabili
Un esempio concreto riguarda una cooperativa del centro Italia che, grazie ai dati in tempo reale, ha ottimizzato i ritiri programmati, riducendo i tempi di fermo dei camion del 25% e migliorando la freschezza del prodotto all’arrivo. Un altro caso ha visto un produttore specializzato in ortaggi a foglia aumentare del 10% la resa vendibile intervenendo sui microparametri ambientali indicati dalla piattaforma.

Le leve che hanno favorito la scalabilità sono state: focalizzazione su segmenti dove il valore per cliente era immediatamente quantificabile; partnership con consorzi e cooperative per accelerare l’adozione; interoperabilità tecnica per integrarsi con i sistemi esistenti. Gli ostacoli maggiori hanno riguardato la frammentazione delle aziende agricole, la resistenza al cambiamento nelle pratiche operative e la necessità di dimostrare ROI in tempi brevi.

Implicazioni future: cosa cambia per il sistema Italia
La storia di AgroPulse, pur essendo esemplare, mette in luce tendenze utili per policy maker, investitori e imprenditori. Prima di tutto, l’adozione di tecnologie data-driven nella filiera può aumentare la resilienza del comparto agricolo, riducendo perdite e migliorando la capacità di risposta a shock di domanda. In secondo luogo, modelli di business ibridi che bilanciano hardware e servizi ricorrenti risultano efficaci per scalare in settori tradizionali.

Per il sistema paese queste soluzioni possono generare effetti moltiplicatori: maggiore efficienza logistica riduce i costi per la grande distribuzione e per i consumatori; tracciabilità e qualità rafforzano il valore del Made in Italy sui mercati esteri. Tuttavia, la diffusione richiede investimenti in infrastrutture digitali, programmi di formazione per gli agricoltori e strumenti finanziari che favoriscano l’adozione per le piccole aziende.

In conclusione, il caso AgroPulse evidenzia come una startup italiana possa coniugare innovazione tecnologica e impatto economico reale. Se il Paese saprà sostenere questo tipo di iniziative con politiche mirate e capitali pazienti, la transizione digitale della filiera agroalimentare potrà diventare una leva concreta per crescita sostenibile e competitività internazionale.

Gennaio 2026, le aziende puntano sul business travel 

Con il nuovo anno i viaggi d’affari tornano a salire. Il 2026 si apre con segnali incoraggianti per il settore italiano del business travel: più valore, più spesa media, più trasferte. Numeri che raccontano un andamento positivo: le aziende continuano a viaggiare, e lo fanno con una certa determinazione.

Crescono value e spesa media

Secondo i dati diffusi da Gruppo Uvet, elaborati attraverso il Business Travel Trend insieme al Centro Studi Promotor, gennaio 2026 registra un Travel Value pari a 121. È un dato leggermente inferiore a dicembre 2025 (126), ma superiore sia a gennaio 2025 (119) sia ai livelli del 2023.

Anche la Spesa Media Complessiva segue la stessa traiettoria: l’indice BTT si attesta a 116, meglio di dicembre 2025 (107) e di gennaio 2025 (108). Il Numero di Transazioni raggiunge quota 105. È un valore in calo rispetto a dicembre (119), ma il rallentamento dopo il picco di fine anno rientra nella fisiologia del mercato. Nel confronto con il 2023, il dato resta comunque positivo.

Guardando alla serie storica degli ultimi tre anni, Travel Value e Spesa Media mostrano una crescita costante nei mesi di gennaio. Più altalenante, invece, l’andamento delle transazioni, che nel 2026 risultano leggermente inferiori rispetto allo stesso mese dei due anni precedenti.

Aerei: decolla la spesa

Il trasporto aereo registra un deciso slancio a inizio 2026. Il Travel Value tocca 130, le Transazioni 116 e la Spesa Media 112. Il valore complessivo e la spesa superano non solo il 2023 ma anche gennaio 2025.
Le transazioni, anche se solide, risultano appena sotto i livelli dello scorso anno. Segno che si vola forse un po’ meno spesso, ma si spende di più.

Hotel: meno volumi, ticket più alto

Il comparto alberghiero segna un Travel Value di 119, con Transazioni a 106 e Spesa Media a 113. Rispetto a gennaio 2025 calano valore e numero di prenotazioni, mentre cresce la spesa media. Le aziende sembrano orientarsi verso soluzioni di fascia più alta o comunque più costose.

Aumentano le preferenze per i viaggi in treno 

Il rail mostra un progresso netto rispetto al 2023: Travel Value a 112, Spesa Media a 105 e Transazioni a 107. Un comparto che continua a consolidarsi.

Diverso il discorso per il noleggio auto. Qui il Travel Value scende a 98 e le Transazioni a 78, mentre la Spesa Media balza a 126. L’aumento dei costi non basta a compensare il calo dei volumi. Dietro questa dinamica c’è anche il rinnovamento delle flotte, con un ingresso massiccio di auto elettriche negli ultimi due anni, che ha modificato equilibri e tariffe.

Cyberbullismo, esistono polizze a tutela delle vittime: 1,2 milioni di italiani

Cyberstalking, cyberbullismo, revenge porn, furto di identità sono fenomeni sempre più diffusi fra le giovani generazioni. Negli scorsi anni 1,2 milioni di italiani hanno subito un atto di revenge porn e 550mila ragazzi di età compresa tra 18-24 anni sono stati vittima di cyberbullismo.
Sono dati emersi da un’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat. Eppure, ancora pochi sanno che esistono polizze contro il cybercrime. 

Si tratta di prodotti assicurativi che normalmente rientrano all’interno di coperture più ampie, dedicate, ad esempio, alla tutela della casa e della famiglia, ma a volte sono moduli opzionali che vanno attivati appositamente.
Dal punto di vista tecnico, offrono software specifici per difendere i dispositivi digitali usati dagli assicurati, proteggere i dati personali e valutare eventuali situazioni di rischio.

Assicurarsi contro il cybercrime

Queste polizze arrivano anche a mettere a disposizione specialisti che possono intervenire per far rimuovere dal web contenuti dannosi per l’assicurato. Ad esempio, nel caso di danno reputazionale per uso improprio di dati o immagini, furto d’identità o utilizzo improprio di informazioni private.
Rientrano nei contenuti dannosi la diffamazione, ovvero la falsa dichiarazione pubblica, e le offese espresse tramite foto, scrittura, video o tramite dichiarazioni pubblicate su blog, forum, social network o siti web.

Talvolta la compagnia assicurativa offre anche un sistema di monitoraggio online in grado di identificare informazioni sull’assicurato disponibili al pubblico e sul dark web. Il sistema esegue la scansione dei siti e avvisa il contraente se sono stati identificati eventuali rischi.

Protezione giuridica e supporto psicologico

Chi sottoscrive questo tipo di polizza gode di protezione giuridica, con legali professionisti che intervengono in caso di danni subiti online, sia sui social network sia sui siti di e-commerce o, più in generale, problemi dovuti alla diffusione impropria di contenuti personali.

La polizza copre anche i costi connessi al supporto psicologico in caso di aggressione o disturbo post traumatico da stress causato da atti di cyberbullismo, cyberstalking e revenge porn.
Inoltre, l’assicurazione rimborsa anche le spese mediche sostenute in seguito ad un’aggressione da parte di terzi, come oneri dei medici, costo della sala operatoria,  cure fisioterapiche e rieducative o apparecchi tutori.

Le esclusioni dalla copertura

Come per tutte le coperture assicurative, anche in questo caso esistono le esclusioni previste dal contratto.
Ad esempio, non sono coperti i danni causati dal coniuge o ex coniuge, persone in rapporto di parentela con l’assicurato o persone legate o sono state legate da una relazione (tranne il caso in cui la relazione riguardi figli minorenni).

La polizza non copre i danni da partecipazione a risse o se l’episodio riguarda l’eventuale carica pubblica svolta dall’assicurato o è inerente all’attività lavorativa
Per il prezzo di queste coperture, poiché la protezione offerta per l’ambito digitale si configura come garanzia inclusa all’interno di un’altra polizza madre, il premio complessivo calcolato come totale ha prezzi che partono da 100 euro l’anno.

Spreco: cala quello di cibo grazie ai Boomers, una generazione di virtuosi

È quanto viene rilevato dai dati contenuti nel nuovo Rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International, dal titolo ‘Caso Italia 2026’: la somma delle perdite e degli sprechi alimentari vale oltre 13 miliardi e mezzo (dati elaborati dall’Università di Bologna – Distal / Waste Watcher sulle fonti di riferimento), 7 miliardi e 363 milioni solo nelle case degli italiani

Sul fronte dello spreco alimentare gli italiani però stanno migliorando, gettando via una quantità di cibo del 10,3% in meno rispetto a un anno fa.
Si tratta di poco più di 550 grammi di cibo gettato a testa ogni settimana, ‘solo’ 79,14 grammi al giorno.
La performance più brillante è firmata dai Boomers, che fissano lo spreco settimanale pro-capite medio a 352 grammi. 

Buttiamo 63,9 grammi in meno rispetto a febbraio 2025

Stando al Report, diffuso in vista della 13esima Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare (5 febbraio 2026), l’Italia risulta in linea con la rilevazione dello scorso settembre relativa all’estate 2025, segnando un miglioramento deciso rispetto ai dati di un anno fa.

Oggi sprechiamo, infatti, 554 grammi di cibo pro-capite ogni settimana, ovvero 63,9 grammi in meno rispetto al dato del febbraio 2025 (617,9 g).
I Boomers, oltre a essere la generazione che spreca meno cibo, superano in anticipo di quattro anni l’esame dell’Agenda 2030, quando a tutti gli italiani verrà chiesto di gettare mediamente non oltre 369,7 grammi a testa a settimana per poter centrare l’obiettivo 12.3 sullo spreco alimentare.

Cucinare unisce le generazioni

Dopo i Boomers si posiziona la GenerazioneZ, a quota 799 grammi di spreco settimanale medio pro-capite, seguita dai Millennials, con 750 grammi settimanali pro-capite, e dalla Generazione X, con 478 grammi settimanali.

Quanto alla cura per la preparazione dei pasti per tutte le generazioni è un tratto distintivo mediterraneo e italiano. Un’abitudine di vita a cui si dedica ogni giorno l’88% degli italiani. Solo il 4% dichiara di non cucinare perché non ama farlo.
E per la prima volta risulta praticamente unanime la consapevolezza intorno al tema ‘spreco’, con il 94% degli italiani che certifica la sua attenzione alla questione e il 63% che getta qualcosa meno di 1 volta a settimana. Solo il 14% spreca quasi quotidianamente.

Frutta, verdura, pane finiscono nel cestino

Sono dati che confermano un divario generazionale: il 29% della GenZ spreca almeno una volta a settimana contro il 6% dei Boomers.

Tornando ai dati, riporta Adnkronos, si spreca meno al Nord (516 grammi settimanali, -7%), di più al Sud (591,2 grammi settimanali, +7%) e poco di più al Centro (570,8 grammi settimanali, +3%).
Inoltre, più virtuose le famiglie con figli (-10%) e i Comuni fino a 30mila abitanti (-8%).
In cima ai cibi più sprecati svettano la frutta fresca (22,2 g a settimana), la verdura fresca (20,6 g) e il pane fresco (19,6 g). Seguono, l’insalata (18,8 g), cipolle/aglio/tuberi (17,2 g).

Ricerche di lavoro: lo stipendio è importante, ma il benessere è fondamentale

Il mercato del lavoro italiano sta attraversando una profonda trasformazione guidata da una nuova scala di valori. Se a determinare le scelte dei professionisti la retribuzione continua a rimanere un fattore chiave, non è più l’unico elemento. E nemmeno il più importante.
È quanto emerge dal nuovo Smarter hiring report, l’indagine internazionale condotta in 12 Paesi da Indeed, portale per chi cerca e offre lavoro, in collaborazione con YouGov, con l’obiettivo di analizzare le aspettative dei talenti e le strategie di recruiting.

Secondo Indeed lo stipendio è sempre rilevante, ma non fondamentale quanto il benessere in azienda. Tanto che 4 candidati italiani su 10 (40%) considerano l’equilibrio tra vita privata e lavoro il fattore decisivo nella scelta tra le diverse offerte.

Cambiano i criteri per la scelta di un impiego

I risultati della ricerca posizionano il benessere non solo su un piano di rilevanza, ma lo rendono il criterio indiscutibilmente più importante, seguito al secondo posto dallo stipendio base, prioritario per il 26% dei candidati.

Altri elementi determinanti per accettare un impiego sono la crescita professionale (14%), le opportunità di apprendimento (8%) e i benefit (7%).
L’indagine evidenzia, quindi, come i professionisti non cerchino più solo un compenso, ma un ambiente di lavoro che rispetti e supporti il loro equilibrio di vita.

Una “disconnessione sulle aspettative” tra azienda e candidati

Il benessere oggi non è più solo un desiderio, ma un criterio di selezione attivo con cui i candidati valutano, e se necessario, bocciano le imprese.
Tuttavia, capire se un’azienda sia realmente attenta a questi temi resta complesso. Il 13% dei candidati italiani segnala che una delle maggiori difficoltà nella ricerca di un impiego è proprio come ‘capire la cultura aziendale prima di candidarsi’

Questa mancanza di chiarezza rischia di far desistere i talenti migliori ancor prima del colloquio, e delinea una delle principali incongruenze tra domanda e offerta. Incongruenza che il report definisce ‘disconnessione sulle aspettative’.

I datori di lavoro scommettono sulla crescita professionale, i professionisti sull’equilibrio vita-lavoro

A fronte del 40% dei candidati italiani che reputa l’equilibrio vita-lavoro fondamentale, solo il 17% dei datori di lavoro in Italia considera lo stesso elemento come il più attrattivo da comunicare nella propria offerta. Si tratta del dato più basso tra i Paesi esaminati.

I dati mostrano infatti che i datori di lavoro italiani scommettono principalmente sulla crescita professionale, indicata come fattore di punta dal 24% delle imprese e ‘solo dal 14% dei candidati.
Ancora più marcato è il disallineamento sullo stipendio base, riporta Adnkronos. Mentre per un candidato su quattro (26%) questo è il fattore che determina la scelta, solo il 13% delle aziende ritiene che lo stipendio base sia la propria carta vincente.

Estetica Avantgarde di Julius

Julius privilegia silhouette sperimentali, contrasti di texture e una palette ridotta ma intensa. Progettiano capi che giocano su proporzioni asimmetriche, materiali tecnici e dettagli sartoriali visibili.

Caratteristiche distintive

Julius costruisce silhouette scultoree con spalle pronunciate, torsioni strutturate e giacche che sfidano la simmetria classica. Le linee spesso allungano il corpo tramite drappeggi verticali, cuciture a vista e pannellature sovrapposte.

Il brand integra elementi utilitari: zip irreversibili, tasche sovradimensionate strategiche e chiusure magnetiche nascoste. Questi dettagli mantengono un’estetica funzionale senza scadere nel semplicistico.

Lavorazione e finiture sono centrali: tinte fisse, lavaggi controllati e bordi grezzi accompagnano tessuti come lana tecnica, gabardine rinforzata e pelle con trattamento opaco. La rilevanza del taglio sartoriale garantisce vestibilità precise.

Influenze concettuali

Julius clothing si ispira a architetture brutaliste e all’abbigliamento militare rielaborato in chiave contemporanea. L’approccio concettuale privilegia rigore strutturale, austerità estetica e un senso di protezione stilizzata.

La cultura underground giapponese e il movimento darkwave influenzano l’uso del nero stratificato e delle proporzioni voluminose. Designer del brand studiano silhouette giapponesi d’avanguardia per creare capi che sembrano costruiti attorno al corpo.

Temi filosofici ricorrenti includono anonimato, funzione come estetica e resistenza al consumismo. Queste idee guidano scelte produttive come limitare le stagioni, produrre capsule e privilegiare qualità e durabilità.

Palette cromatica e materiali

La palette rimane principalmente monocromatica: nero carbone, grigio ardesia, antracite e occasionali accenti ossidati come bronzo scuro. Colori di contrasto appaiono raramente e vengono usati per cuciture o fodere interne.

Tessuti tecnici e naturali coesistono: cotone mercerizzato, lana tecnica, gabardine stretch e pelle opaca trattata con fini antimacchia. Materiali innovativi includono membrane traspiranti e fibre termoregolanti per prestazioni elevate.

Finiture e trattamenti importanti:

  • Lavaggi chimici controllati per effetti consumati.
  • Verniciature opache su pelle e nylon.
  • Cuciture rinforzate e rinforzi termosaldati per durabilità.

Queste scelte materiali enfatizzano funzionalità, tatto e durata senza sacrificare l’aspetto distintivo del marchio.

Collezioni Iconiche

Julius costruisce collezioni che combinano tagli sperimentali, materiali tecnici e riferimenti culturali. Ogni stagione si concentra su una palette ridotta, silhouette destrutturate e capi modulari pensati per uso quotidiano e performance.

Collezioni storiche

La collezione “Blackout” (2005–2007) segna il passaggio dal minimalismo al rigore concettuale di Julius. Predominano capi neri, giacche destrutturate con cuciture esterne e tessuti lavati a mano.
Nel 2010 la linea “Anatomy” introduce pannelli stratificati e zip asimmetriche, diventando un modello per il tailoring contemporaneo del marchio. Questi abiti enfatizzano proporzioni allungate e spalle scolpite.
La serie “Reconstruct” (2014) sperimenta con rivestimenti in pelle sottile e tessuti elastici, pensata per il movimento e la durabilità. I capi si prestano a layering funzionale e mostrano attenzione alle finiture tecniche.

Collaborazioni rilevanti

Julius ha collaborato con marchi di calzature tecniche e produttori di tessuti innovativi. Tra le partnership più note c’è il progetto con una storica manifattura giapponese per trattamenti lavanti esclusivi.
Ha lavorato con designer di accessori per creare stivali e borse con dettagli nervati e sistemi di chiusura brevettati. Le collaborazioni spesso includono capsule limitate presentate in showroom selezionati e boutique monomarca.
La sinergia con laboratori di ricerca tessile ha portato a membrane traspiranti e finiture resistenti all’abrasione, utilizzate in giacche utilitarie e outerwear tecnico.

Temi ricorrenti

Il nero rimane la palette dominante, accompagnato da grigi profondi e occasionali tocchi di bordeaux. Questo codifica un’estetica coerente e facilmente riconoscibile.
Stratificazione e modularità ritornano in quasi tutte le stagioni: capi pensati per combinarsi, con elementi rimovibili e zip per regolare volume e funzione.
Dettagli tecnici come chiusure asymetriche, cuciture a vista e pannelli sagomati definiscono la silhouette. L’attenzione ai materiali—pelle sottile, jersey pesante e tessuti trattati—garantisce un equilibrio tra estetica e performance.

Produzione industriale: i dati Istat per novembre 2025

Lo rilevano gli ultimi dati rilasciati dall’Istat per novembre: dopo la flessione congiunturale del mese precedente (ottobre 2025) a novembre 2025 la produzione industriale italiana è tornata a crescere.
Si tratta di un aumento diffuso ai principali comparti industriali, e che risulta positivo anche per l’andamento congiunturale complessivo nella media trimestrale del periodo settembre – novembre 2025.

Allo stesso modo, l’indice destagionalizzato della produzione industriale, al netto degli effetti di calendario, appare in aumento anche su base annua, sia a livello complessivo sia per i principali raggruppamenti di industrie, ma a eccezione dei beni di consumo.

Indice destagionalizzato stimato a +1,5% rispetto a ottobre 2025

Più in particolare, per il mese di novembre 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato del +1,5% rispetto a ottobre, mentre nella media del trimestre settembre – novembre si stima che il livello della produzione cresca del +1,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

I dati relativi all’indice destagionalizzato mensile mostrano poi aumenti congiunturali in tutti i raggruppamenti principali di industrie, con variazioni positive per l’energia, in crescita del +3,9%, i beni strumentali in salita del +2,1%, i beni di consumo, a +1,1%, e marginalmente, i beni intermedi, che segnano un aumento stimato pari al +0,1%.

Variazioni tendenziali positive per beni strumentali, intermedi ed energia. In leggera flessione i beni di consumo

Al netto degli effetti di calendario (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a novembre dell’anno precedente), a novembre 2025 l’indice generale viene stimato in aumento in termini tendenziali del +1,4%.

In dettaglio, i dati Istat registrano variazioni tendenziali positive del +3,3% per i beni strumentali, del +2,0% per l’energia e del +1,0% per i beni intermedi.
Al contrario, risultano in lieve diminuzione i beni di consumo, la cui flessione è pari al -0,8%.

Il settore farmaceutico cresce del +8,7% in un anno, i carburanti calano del -4,4%

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono rappresentati dalla produzione di prodotti farmaceutici di base e i preparati farmaceutici, per i quali l’aumento stimato è pari al +8,7%, seguiti dal comparto della fabbricazione di computer, dei prodotti di elettronica e ottica, degli apparecchi elettromedicali e degli apparecchi di misurazione e orologi, che crescono del +5,8%. La fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche, sono in crescita stimata pari al +5,1%.

Di segno opposto, le flessioni più ampie rilevate dall’Istat riguardano la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, in calo stimato del -4,4%, la fabbricazione di mezzi di trasporto, in diminuzione del -3,1%, e la fabbricazione di prodotti chimici, che scende del -2,9%.