Uomini italiani sempre più fragili. E spaesati

Una maschilità in difficoltà, in bilico tra il desiderio di mantenere alcuni tratti della tradizione e la necessità di adattarsi a nuove sensibilità sociali. È quanto rivela la ricerca di Eurispes sugli uomini italiani, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Filocolo.

Da un lato, infatti, rimane forte l’influenza dei canoni tradizionali, con l’ideale estetico maschile legato alla prestanza del ‘fisico’, le pressioni sociali legate al successo, alla performance e ai ruoli di genere) dall’altro si percepisce una crescente attenzione verso la sfera emotiva e il benessere psicologico. L’elemento della ‘tensione’ è presente un po’ ovunque. Gli uomini sembrano oscillare tra il desiderio di rispettare le aspettative sociali e l’esigenza di esplorare modelli più flessibili.

La mascolinità non è un monolite

Un dato interessante è la sensazione diffusa di essere ‘messi in secondo piano’ rispetto alle istanze femminili.
Questo, se non tenuto in considerazione, potrà generare atteggiamenti difensivi e conflitto invece di contribuire a un dialogo costruttivo sulle sfide legate ai ruoli di genere.

La ricerca, in definitiva, suggerisce che la maschilità non è un monolite e risulta necessario un discorso più inclusivo, in cui gli uomini abbiano la possibilità di esprimere paure e aspirazioni senza incorrere in giudizi basati su archetipi rigidi.
L’aspetto più promettente è proprio l’emergere di un bisogno di confronto. La percezione di un disagio, di origine emotiva o rispetto all’aspetto fisico, potrebbe spingere verso un ripensamento delle norme sociali e una maggiore apertura al cambiamento.

La percezione del proprio corpo

Poco meno di tre uomini su dieci (28,2%) ha un rapporto negativo con il proprio corpo. Curare il proprio aspetto esteriore riveste importanza per due terzi degli uomini italiani (66,5%), e la maggioranza ritiene che avere un fisico avvenente e prestante sia un fattore importante per attrarre un/una partner (67,3%). 
Il 15,3% degli uomini ammette di essersi sottoposto alla chirurgia estetica: il 10,6% una volta, il 3,7% due volte, l’1% tre volte o più. 

L’86,3%, poi, afferma di sentirsi sicuro della propria identità sessuale (tra questi, il 54,1% lo è molto), mentre il 13,6% dichiara di non sentirsi sicuro.
Nel corso dell’ultimo anno a più della metà degli uomini intervistati (52,3%) è capitato di ricevere commenti negativi sul proprio aspetto esteriore (al 47,7% mai). E il 56,3% ha ricevuto anche incoraggiamenti a prendersi maggior cura del suo aspetto esteriore.

L’essere maschio in rapporto con l’altro

Alla maggioranza degli uomini (61,2%) capita di sentirsi in competizione con i coetanei maschi sul piano del successo personale. Al 56,9% capita invece di sentirsi dire di comportarsi da ‘vero uomo’ davanti a situazioni difficili o emotivamente coinvolgenti.

Gli insegnamenti e gli esempi ricevuti dagli uomini della famiglia di origine sembrano giocare un ruolo preponderante nell’influenzare la formazione dell’identità maschile (64,4%). E l’aspetto esteriore viene ancora percepito come un fattore rilevante per il successo nella vita sentimentale (60,4%). 

Export italiano in ripresa a febbraio (più dell’import)

Segnali incoraggianti per l’economia italiana: a febbraio 2025, si sono registrati dati positivi per quanto concerne il settore delle esportazioni. Secondo i dati pubblicati dall’Istat, l’export segna un aumento mensile del +3,5%, una crescita più marcata rispetto all’import, che si ferma a +1,7%. L’incremento delle esportazioni coinvolge sia i mercati dell’Unione Europea (+3,7%) che quelli extra-Ue (+3,2%).

Nel trimestre dicembre 2024 – febbraio 2025, le vendite all’estero segnano un incremento del +4% rispetto al trimestre precedente, mentre le importazioni crescono del +3%.

Confronto annuale: export stabile in valore, ma in calo nei volumi

Su base annua, le esportazioni aumentano dello 0,8% in termini di valore, ma calano del 4,3% in volume, segno di un aumento dei prezzi medi. L’export verso i Paesi UE cresce del +3%, mentre verso quelli extra-UE cala del -1,6%.

Per quanto riguarda l’import, l’incremento annuale è più marcato: +4,1% in valore, ma con un calo del -2,7% in volume, evidenziando un rialzo generalizzato dei prezzi, in particolare nei comparti energetici.

I settori più dinamici e quelli in difficoltà

Tra i comparti che trainano le esportazioni italiane spiccano i prodotti farmaceutici e chimico-medicinali (+31,2%) e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (+9,6%). In difficoltà, invece, il settore dei prodotti petroliferi raffinati (-25,8%), i macchinari (-4,1%) e gli autoveicoli (-11,5%).

Nel confronto tra Paesi, l’export cresce significativamente verso Germania (+14,5%), Spagna (+21,1%), Svizzera (+17,3%) e Regno Unito (+10,4%). Al contrario, calano le esportazioni verso Stati Uniti (-9,6%), Belgio (-11,8%), Turchia (-9,9%) e Austria (-9,0%). Tuttavia, escludendo il settore navale, le vendite verso gli USA registrano un aumento del +6,9%.

Saldo commerciale positivo, ma pesa il deficit energetico

Il saldo commerciale italiano torna positivo: a febbraio si attesta a +4.466 milioni di euro, in miglioramento rispetto al leggero deficit di gennaio. Tuttavia, il deficit energetico si amplia, raggiungendo i -5.000 milioni, a fronte dei -3.749 milioni dell’anno precedente. L’aumento dei prezzi all’importazione è del +0,6% mensile e +2,2% su base annua, spinto dai rincari energetici sia nell’area euro che extra-euro.

A febbraio, la crescita congiunturale dell’export si deve principalmente alle maggiori vendite di beni strumentali, tra cui prodotti della cantieristica navale. L’export cresce anche su base annua, trainato soprattutto dall’aumento delle vendite di prodotti farmaceutici e mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi. Le vendite sono in crescita verso Germania, Spagna e Svizzera; mentre si registra una flessione tendenziale verso gli Stati Uniti (-9,6%).

Truffe e-commerce: 2,8 milioni di italiani caduti in trappola nel 2024

Emerge dai dati dell’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat: nel 2024 gli italiani che hanno subito una truffa o un tentativo di frode acquistando beni fisici online sono stati 2,8 milioni, il 9% in più rispetto al 2023. 

Gli strumenti più utilizzati dai malfattori per cercare di truffare gli e-shopper  italiani sono stati soprattutto i siti web finti, un canale utilizzato nel 39,4% dei tentativi di frode, seguiti dalle false e-mail, pari al 30,3% dei casi.
Non sono mancati, fra gli strumenti utilizzati dai truffatori, i metodi di comunicazione più popolari fra gli utenti, come le app di messaggistica e i social network.

Più di una frode su 4, il 25,8%, è stata infatti condotta attraverso i social, mentre nel 15,9% dei casi i criminali hanno sfruttato le app di messaggistica istantanea.
Il  danno economico stimato ha superato 500 milioni di euro in totale.

Quali sono le vittime preferite dai malfattori?

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’indagine sottolinea come a subire più frequentemente una truffa o un tentativo di frode non siano gli anziani, bensì i consumatori più giovani.
A fronte di una media nazionale del 6,7%, nella fascia di età 25 – 34 anni e in quella 45 – 54 anni la percentuale sale sopra l’8%.

Un altro dato interessante riguarda il grado di istruzione delle vittime di truffa o tentativo di frode.
Anche in questo caso, sorprende come i più colpiti siano gli italiani con un titolo di studio universitario, per un’incidenza pari a più del doppio rispetto alle media.

Perché la metà non ha sporto denuncia?

Inoltre, suddividendo il campione su base geografica l’indagine evidenzia come l’area più colpita da truffe o tentativi di frode sia il Nord-Ovest (7,5%).
Quanto al comportamento delle vittime che hanno subito una frode o un tentativo di truffa, emerge che quasi una su due, il 49,2%, sceglie di non denunciare l’accaduto.

Le ragioni dietro questo comportamento sono, in alcuni casi, economiche, in altri casi, psicologiche. Tanto che quasi 4 intervistati su 10, il 38,5%, hanno dichiarato di aver scelto di non sporgere denuncia alle autorità poiché certi di non recuperare quanto perso, mentre quasi uno su 4, il 24,6%, non ha denunciato perché il danno economico era comunque basso.

Sentirsi ingenui per avere abboccato

Il 16,9%, invece, ha ammesso di non aver denunciato perché si è sentito ingenuo a essere caduto nella trappola, e il 9,2% perché non voleva che i familiari venissero a conoscenza di quanto accaduto.

L’indagine di mUp Research – Norstat è stata svolta tra il 18 dicembre 2024 e il 3 gennaio 2025, attraverso la somministrazione di 1.878 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana residente sull’intero territorio nazionale.

Energia: permane divario tra consapevolezza e azione per ridurre costi ed emissioni

Sebbene gli italiani riconoscano l’importanza di ridurre l’impronta di carbonio e i costi dell’energia per uso domestico, molti fanno ancora scelte poco incisive.
Emerge dalla terza edizione dello studio globale ‘Evoluzione del consumo energetico domestico: Intenzioni, azioni e ostacoli per una maggiore efficienza energetica’, condotto da Schneider Electric.

Il consumo di energia è infatti il principale responsabile delle emissioni all’interno delle abitazioni, e negli ultimi anni è aumentato costantemente, complice anche il maggior numero di dispositivi ed elettrodomestici presenti nelle case.
Questo, unito all’aumento dei costi energetici e all’impatto del cambiamento climatico sulla vita quotidiana, ha portato a una maggiore consapevolezza. Ma non ad agire in modo mirato e continuativo. 

Abitudini virtuose che non incidono sulla bolletta 

L’82% degli intervistati considera l’efficienza energetica importante, l’84% dichiara che l’efficienza energetica è il miglioramento che più vorrebbe ottenere in ambito domestico e per il 70% la riduzione dell’impronta di carbonio è ‘importante’. Tuttavia, solo in pochi adottano azioni davvero incisive per ridurre il consumo energetico.

Ad esempio, solo il 44% regola abitualmente la temperatura interna all’abitazione, nonostante questa sia una delle azioni a più alto impatto. Di contro, il 58% dei proprietari di casa per risparmiare energia spegne le luci, ma l’illuminazione incide solo per il 5% sulle bollette elettriche.
Anche il secondo accorgimento più diffuso, staccare i caricabatterie inutilizzati (48%), ha un impatto minimo, con un risparmio annuo di soli 0,24 euro per caricabatteria.

La soluzione è il termostato smart

Il 52% dei consumatori ritiene che l’illuminazione ‘intelligente’ migliori l’efficienza energetica. Inoltre, mentre il 24% si serve di un’illuminazione di tipo smart, solo il 21% possiede un termostato intelligente, e meno della metà degli intervistati (46%) ne riconosce i vantaggi in termini di risparmio energetico. Questo, nonostante sia dimostrato che utilizzarne uno possa ridurre le bollette fino al 30% l’anno.

Ma a dispetto delle previsioni, secondo cui l’Intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero contribuire a ridurre fino al 10% delle emissioni globali di gas serra, il 44% degli intervistati non si affiderà mai all’AI per le attività domestiche, il 35% non è in grado di comprenderla e il 41% preferisce evitarla.

Quadro elettrico, questo sconosciuto

Inoltre, il 52% pensa che la tecnologia smart home sia troppo costosa, nonostante le case connesse possano garantire risparmi energetici fino al 22%.
Ma l’indagine rivela anche una grande lacuna nella conoscenza delle tecnologie domestiche più comuni. Il 30% degli intervistati non sa esattamente a cosa serva un quadro elettrico e il 16% non sa dove sia collocato quello di casa propria.

Il quadro elettrico è il cuore del sistema di alimentazione della casa e funge da ‘guardiano’ per garantire la sicurezza dei dispositivi, degli apparecchi elettrici e delle persone.
E ora che le case sono sempre più elettrificate, questa mancanza di conoscenza rappresenta un potenziale e grave rischio per la sicurezza.

Pro Loco, punto di riferimento sociale e motore della valorizzazione territoriale

Il 75,1% della popolazione italiana vive in comuni che ospitano almeno una Pro Loco, e oltre il 90% degli italiani ne riconosce il ruolo centrale nella promozione del territorio e nella conservazione delle tradizioni locali.
Nei comuni con meno di 10.000 abitanti, il 62,6% dei residenti sente parlare regolarmente di queste realtà, dato che scende progressivamente fino al 34,2% nei centri con popolazione compresa tra 100.000 e 500.000 abitanti.

Inoltre, nel 2023, quasi il 60% degli italiani ha partecipato ad almeno un evento organizzato da una Pro Loco, e il 43,5% di essi ha preso parte a eventi durante i propri viaggi. 
Insomma, le Pro Loco sono un punto di riferimento imprescindibile per la coesione sociale e la vitalità delle comunità locali. Lo conferma il Rapporto Censis-Unpli ‘Le Pro Loco: motore della valorizzazione territoriale e della coesione sociale’.

Un futuro promettente nonostante la sfida generazionale

Le Pro Loco oggi si trovano però ad affrontare alcuni vincoli. Il 59,3% delle associazioni segnala difficoltà nel reperire finanziamenti, mentre il 49,9% deve far i conti con la complessità burocratica.
Un ulteriore ostacolo è rappresentato dal reclutamento di nuovi volontari:. L’85,8% delle Pro Loco ritiene ‘abbastanza’ o ‘molto difficile’ assicurare un ricambio generazionale, e il 74,4% evidenzia problemi specifici in questo ambito.

Ma con un 14,5% della popolazione che si dice interessata a entrare in contatto con la Pro Loco della propria comunità per avviare un percorso di volontariato, il futuro di queste associazioni appare comunque promettente.

Eventi e iniziative garantite tutto l’anno

Il 37,5% delle Pro Loco non interrompe mai la propria attività, garantendo un’offerta continua di eventi e iniziative per la comunità durante tutto l’anno.

I periodi con la maggiore presenza di Pro Loco attive sono quelli di dicembre (95,5%), giugno (94,0%) e luglio (93,2%). Ma anche nei mesi considerati meno intensi, il 67,9% delle Pro Loco continua a offrire programmi e attività, dimostrando un impegno costante nel promuovere la vitalità e la partecipazione a livello locale.
Con il 90,9% delle Pro Loco che utilizza attivamente i social media, poi, il digitale si configura come uno strumento strategico per migliorare la visibilità e attrarre un pubblico più ampio.

“Testimonial della qualità del buon vivere italiano”

“Con le Pro loco ci troviamo di fronte a una realtà che rappresenta un vero patrimonio collettivo, radicato nei territori, attivo nelle aree interne dell’Italia, presente anche in situazioni di emergenza, dovute a eventi calamitosi, al fianco della protezione civile – aggiunge Andrea Toma, Responsabile Area Economia, Lavoro e Territorio Censis -. Inoltre, le Pro Loco hanno mostrato una grande capacità di rigenerarsi e di essere testimonial della qualità del buon vivere italiano, anche attraendo nelle loro attività i giovani”.

PMI italiane, come affrontare la mancanza di personale qualificato?

Le piccole e medie imprese sono da sempre la spina dorsale dell’economia italiana: rappresentano infatti il 98% del tessuto imprenditoriale nazionale. Eppure, nonostante il grande numero, molte imprese si trovano ad affrontare una crisi che mette a rischio la loro competitività: la difficoltà nel trovare personale qualificato e motivato.

Il problema non è solo una questione di competenze, ma riflette un cambiamento culturale più ampio che sta modificando il rapporto tra individui e mondo del lavoro.

L’83% delle aziende ha problemi nella gestione del personale

Future Age, azienda specializzata in change management e digitalizzazione, ha condotto un’indagine su oltre 2500 imprenditori in regioni chiave come Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. I dati raccolti rivelano che l’83% delle PMI ha problemi nella gestione del personale, mentre l’89% fatica a trovare lavoratori qualificati.

Addirittura, il 64% degli imprenditori considera questa difficoltà il principale motivo per cui valutare la cessione dell’azienda.

Il nuovo approccio al lavoro e le sue conseguenze

Non si tratta solo di una mancanza di competenze, ma di una trasformazione del modo in cui il lavoro viene percepito. Se un tempo era considerato un mezzo per costruire il proprio futuro, oggi molti preferiscono evitare le difficoltà lavorative e affidarsi a forme di sostegno economico.

Un simile atteggiamento incide negativamente sulla produttività delle imprese, che si trovano a dover gestire dipendenti meno motivati in un mercato sempre più competitivo.

I diversi profili di lavoratori 

Future Age ha individuato tre categorie di dipendenti all’interno delle aziende: le “Motrici”, che costituiscono il 10% del personale e rappresentano la parte trainante dell’organizzazione; i “Vagoni”, che comprendono il 70% dei lavoratori e necessitano di una guida efficace; e i “Carichi deragliati”, il 20% di dipendenti demotivati che ostacolano la produttività.

Questa suddivisione evidenzia l’importanza di una gestione del personale più efficace e mirata.

Il rilancio passa da innovazione e digitalizzazione 

Per le imprese, un altro ostacolo è rappresenta dalla scarsa digitalizzazione, che rende molte realtà poco attrattive per i giovani talenti. I settori più colpiti dalla mancanza di personale sono l’ingegneria su commessa, le lavorazioni meccaniche di precisione, l’automazione industriale e la metallurgia.

Per affrontare questa crisi, Future Age ha sviluppato il modello del “digital mentor”, un approccio che combina psicologia, ingegneria e informatica per migliorare la gestione aziendale e introdurre tecnologie avanzate.

Un cambio di passo necessario 

Paolo Borghetti, CEO di Future Age, sottolinea che la trasformazione delle PMI non può essere limitata alla tecnologia, ma deve partire da una nuova mentalità imprenditoriale.

Nei prossimi anni, l’innovazione e l’adattabilità saranno fattori chiave per la sopravvivenza delle imprese.

Cybercrime, la sua crescita è davvero inarrestabile?

Il cybercrime – che causa incidenti per estorcere denaro – è stato nel 2024 responsabile di quasi 9 attacchi su 10, rappresentando l’86% degli attacchi globali. Rispetto all’anno precedente, il fenomeno ha registrato un aumento di tre punti percentuali, confermando il crescente interesse della criminalità organizzata verso il cyberspazio. Lo rivela il Rapporto Clusit 2025, realizzato dall’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, Sofia Scozzari, del Comitato Direttivo Clusit, sottolinea come il rendimento economico del cybercrime abbia superato quello di molte attività illegali tradizionali, grazie ai modelli “as-a-Service” che permettono di lanciare attacchi anche senza particolari competenze tecniche.

Parallelamente, gli attacchi di matrice hacktivista sono aumentati del 16%, mentre quelli legati alla cosiddetta “guerra delle informazioni” sono quasi raddoppiati. L’unica categoria in diminuzione riguarda gli attacchi per spionaggio e sabotaggio, con un calo di circa 20 punti percentuali. Tuttavia, questi ultimi hanno avuto impatti devastanti nel 70% dei casi, soprattutto a causa dei conflitti geopolitici in corso.

Aumento del 40,6% sull’anno precedente 

Anche in Italia il cybercrime ha rappresentato la principale minaccia informatica del 2024, con il 78% degli attacchi totali attribuibili a gruppi criminali organizzati. Questo dato segna una crescita del 40,6% rispetto all’anno precedente, evidenziando una vulnerabilità sempre maggiore.

Un altro fenomeno di rilievo è stato l’hacktivism, spesso legato a tensioni geopolitiche. Su un totale di 279 attacchi registrati in Italia, 80 sono stati riconducibili a movimenti attivisti, pari al 29% del totale. Al contrario, nel nostro Paese non si sono verificati episodi rilevanti di spionaggio o di guerra informatica, a differenza di quanto osservato a livello globale.

Sono tre i settori più colpiti

A livello mondiale, il 44% degli attacchi ha riguardato tre categorie principali: obiettivi multipli (18%), istituzioni governative e forze armate (13%) e sanità (13%). Gli attacchi indiscriminati a obiettivi multipli continuano a essere i più diffusi, mentre quelli contro enti pubblici e ospedali risultano particolarmente critici per la rilevanza dei dati sottratti.

Nel 2024 si è registrato un forte aumento degli attacchi nei settori media (+175%), commercio (+92%), istruzione (+43%) e manifatturiero (+38%). In controtendenza, il comparto finanziario e assicurativo ha visto una riduzione del 16%, in parte grazie a nuove normative come il Regolamento DORA, che ha rafforzato la sicurezza nel settore.

In Italia bersagliato il comparto dell’informazione

In Italia, il settore più bersagliato è stato quello dell’informazione, con il 18% degli attacchi totali. Seguono il comparto manifatturiero e gli attacchi a obiettivi multipli (entrambi con il 16%), mentre il settore governativo ha registrato il 10% degli incidenti.

I trasporti e la logistica hanno visto un calo del 4% rispetto al 2023, ma restano tra i settori più vulnerabili, con un numero di attacchi superiore alla media globale. Anche il settore sanitario ha subito una lieve riduzione degli attacchi rispetto all’anno precedente.

Servono strategie di difesa più efficaci

La crescente digitalizzazione sta esponendo sempre più settori agli attacchi informatici. Un esempio emblematico è stato il grave attacco subito dal settore dei media nel 2024, che ha compromesso i dati di cinque milioni di persone. Questo episodio dimostra come una singola vulnerabilità possa causare danni enormi a livello sociale ed economico.

Luca Bechelli, del Comitato Direttivo Clusit, evidenzia la necessità di adottare strategie di sicurezza più avanzate. La Direttiva NIS2, recentemente aggiornata, mira a rafforzare la protezione dei settori critici, ma il rischio rimane elevato. Le aziende e le istituzioni devono investire in tecnologie più sicure e sviluppare una maggiore consapevolezza sui pericoli del cybercrime.

Perché San Valentino è anche la festa delle… truffe online? 

San Valentino è il patrono dell’amore e della condivisione e il 14 febbraio è una giornata speciale per scambiarsi regali e dimostrazioni di affetto. Tuttavia, accanto a fiori e cioccolatini, si cela un’insidia sempre più diffusa: le truffe online. Ogni anno, con l’arrivo della festa degli innamorati, le caselle di posta si riempiono di offerte e promozioni, molte delle quali nascondono tentativi di frode.

Secondo il report di Bitdefender Antispam Lab, nel 2025 il 50% delle e-mail di spam legate a San Valentino sono state identificate come fraudolente, un dato in netto aumento rispetto all’anno precedente, quando la percentuale si attestava al 25%. Questo incremento mostra come i truffatori sfruttino la ricorrenza per ingannare le persone e ottenere informazioni sensibili.

Da dove arrivano le mail fraudolente?

I messaggi ingannevoli iniziano a circolare già dalla metà di gennaio, raggiungendo il picco massimo nei primi giorni di febbraio. Gli Stati Uniti risultano essere il principale Paese di origine di queste e-mail fraudolente, seguiti da Indonesia, India e Regno Unito. Ma non solo: sono anche la nazione che riceve la maggior parte di questi messaggi, con quasi la metà dello spam a tema San Valentino destinato alle caselle di posta americane.

I truffatori approfittano del forte coinvolgimento emotivo e della predisposizione agli acquisti tipica di questo periodo per diffondere e-mail ingannevoli, spesso mascherate da offerte imperdibili, premi esclusivi o sondaggi con regali in palio.

Come vengono ingannate le vittime?

Uno dei metodi più diffusi per attirare le persone in trappola è l’invio di e-mail che invitano a partecipare a sondaggi con la promessa di vincere premi esclusivi. In realtà, queste campagne hanno il solo scopo di raccogliere dati personali e bancari, chiedendo spesso un piccolo pagamento per la “spedizione” del premio o una verifica della carta di credito, che si trasforma in un furto di denaro.

Un’altra tecnica molto utilizzata è l’invio di messaggi falsi che sembrano provenire da brand famosi. I truffatori creano siti web che imitano quelli ufficiali per convincere le vittime a inserire dati sensibili, sfruttando la fiducia riposta nei marchi conosciuti.

Le tecniche di difesa

Per evitare brutte sorprese, è fondamentale essere prudenti. Prima di aprire un’e-mail o cliccare su un link, è importante verificare il mittente e diffidare di offerte troppo allettanti. Non bisogna mai fornire dati personali o bancari su siti non ufficiali e, in caso di dubbio, è sempre meglio consultare direttamente il sito dell’azienda in questione.

San Valentino dovrebbe essere un momento di gioia e non un’occasione per cadere vittima di truffe. Essere informati e attenti è il modo migliore per proteggersi e vivere questa giornata in tutta serenità.

Gen Z e salute mentale: le cause del disagio giovanile

Lo conferma l’ultima edizione dell’osservatorio Eumetra ‘Benessere e Sostenibilità’: il 35% dei giovani appartenenti alla Generazione Z riferisce uno stato d’ansia elevato.
Si tratta di una percentuale che supera di oltre 10 punti quella dei Millennial (23%), è quasi il doppio rispetto alla GenX (17%) ed è tre volte rispetto ai Boomer (11%).

Ma perché i giovani della GenZ sperimentano livelli di ansia e angoscia superiori rispetto alle generazioni precedenti? Tra i principali fattori emergono la sensazione di non essere mai all’altezza delle aspettative altrui, la necessità di raggiungere il massimo in tempi prestabiliti con la paura di fallire, il timore di perdersi qualcosa (FOMO, Fear of Missing Out) e l’eccessiva esposizione a un bombardamento di informazioni spesso contraddittorie. Un aspetto particolarmente critico è l’aumento del ritiro sociale tra gli adolescenti.

Isolamento sociale e iperconnessione erodono il benessere psicologico

L’analisi condotta dal gruppo di ricerca ‘Mutamenti sociali, valutazione e metodi’ (MUSA) del Cnr-Irpps, basata su un campione nazionale di oltre 7.500 adolescenti tra 14 e 19 anni, mostra come la percentuale di giovani che non incontrano più i loro amici fuori dall’ambito scolastico è quasi raddoppiata dopo la pandemia. Nel 2019 era pari al 5,6%, nel 2022 è arrivata al 9,7%. 

Questo fenomeno sottolinea come l’isolamento sociale sia diventato un problema serio e persistente, correlato a fattori relazionali e psicologici, tra cui l’iperconnessione ai social media, che erode progressivamente la qualità delle interazioni sociali e il benessere psicologico individuale.

Affermazione di sé e relazioni nell’epoca ON LIFE

Per comprendere il fenomeno, è tuttavia essenziale considerare che il sistema valoriale della Gen Z, pur con differenze interne, si fonda su due assi fondamentali. La relazione con gli altri nell’era ‘ON LIFE’, in cui il mondo fisico e digitale sono intrecciati, fa sì che gestire le relazioni diventi più complesso rispetto al passato, e l’affermazione di sé.

La GenZ non è meno ambiziosa delle generazioni precedenti, ma aspira a percorsi di formazione e carriera con condizioni diverse.

Quale futuro?

Questa complessità si riflette anche nella visione del futuro dei giovani. Secondo l’Osservatorio Eumetra sulla GenZ condotto in Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, il punteggio medio di ottimismo sul futuro è inferiore a 7, con oltre il 40% dei giovani che nutre una visione negativa. 
In Spagna e Germania, il punteggio si alza di poco oltre il 7 grazie a una quota maggiore di risposte con valori compresi tra 9 e 10. 

Il benessere psicologico della GenZ rappresenta dunque una sfida prioritaria.
Investire in percorsi di formazione più flessibili, ambienti di lavoro stimolanti e spazi di socializzazione inclusivi, potrebbe essere la chiave per aiutare i giovani a costruire un futuro più sereno e sostenibile.

Bonus animali domestici: cosa cambia nel 2025?

Secondo l’ultimo rapporto Assalco – Zoomark, nella primavera 2024 in Italia si contavano 65 milioni di animali domestici.
Presenti in buona parte delle case degli italiani, i pet, oltre a essere fonte inesauribile d’amore, rappresentano anche un costo nel bilancio familiare.

Per questo motivo, alcune forme di sostegno arrivano dal sistema di agevolazioni attualmente in vigore. Una buona notizia per coloro che convivono con un animaletto: anche nel 2025 potranno approfittare del bonus animali domestici.
Inoltre, per il biennio 2024 al 2026, è stato messo in campo un nuovo contributo destinato ai cittadini e alle cittadine over 65 con ISEE fino a 16.215 euro. L’agevolazione, però, non è stata ancora resa operativa, mentre si potrà beneficiare dello sconto IRPEF del 19% su spese veterinarie, e non solo.

Cosa rientra nella detrazione IRPEF? 

Quando si presenta la dichiarazione dei redditi alcune spese permettono di ottenere una detrazione, ovvero, una riduzione dell’imposta da versare.
Tra le voci che danno diritto allo sconto IRPEF ci sono le spese veterinarie sostenute durante l’anno precedente la dichiarazione dei redditi. Si tratta appunto del bonus animali domestici.

Secondo quanto previsto dal Testo Unico dell’Imposte sui Redditi, sono detraibili le spese sostenute per gli animali legalmente detenuti a scopo di compagnia o per la pratica sportiva. 
In particolare, le prestazioni professionali del medico veterinario, l’acquisto di medicinali veterinari, esclusi i mangimi speciali, le analisi di laboratorio e gli interventi presso cliniche veterinarie.

Limite di 550 euro, valore massimo di sconto 80 euro

L’agevolazione si applica però solo oltre la cifra di 129,11 euro, e fino al limite di 550 euro, per un valore massimo di sconto pari a circa 80 euro.

Per calcolare il bonus animali domestici, quindi, è possibile tenere conto di tre semplici regole. Quando il costo per la cura di cani, gatti o altri animali risulta inferiore a 129,11 euro non si ha diritto alla detrazione, quando si supera il valore di 129,11 euro restando nel limite dei 550 euro, la detrazione al 19% si dovrà calcolare sulla quota che eccede la franchigia (la differenza tra le spese sostenute e 129,11 euro).
Se, invece, la cifra delle spese veterinarie in un anno ha superato 550 euro, al contribuente spetta comunque una detrazione massima di circa 80 euro.

In attesa del decreto attuativo a favore degli  over 65

La Legge di Bilancio del 2024 ha messo in campo un nuovo bonus animali domestici destinato esclusivamente agli over 65.
Si tratta di un fondo da 750.000 euro da suddividere nel triennio 2024-2026 destinato a sostenere i proprietari di animali nel pagamento di visite veterinarie, operazioni chirurgiche e acquisto di farmaci veterinari.

La normativa stabilisce che la novità è destinata ai cittadini e alle cittadine con le caratteristiche di appartenere a un nucleo familiare con ISEE inferiore a 16.215 euro e un’età superiore a 65 anni.
Le risorse disponibili, riporta Adnkronos, dovranno essere ripartite tra le Regioni tramite un decreto attuativo, ma attualmente si attende la pubblicazione del testo utile a sbloccarne l’accesso.