Società

Uomini italiani sempre più fragili. E spaesati

Una maschilità in difficoltà, in bilico tra il desiderio di mantenere alcuni tratti della tradizione e la necessità di adattarsi a nuove sensibilità sociali. È quanto rivela la ricerca di Eurispes sugli uomini italiani, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Filocolo.

Da un lato, infatti, rimane forte l’influenza dei canoni tradizionali, con l’ideale estetico maschile legato alla prestanza del ‘fisico’, le pressioni sociali legate al successo, alla performance e ai ruoli di genere) dall’altro si percepisce una crescente attenzione verso la sfera emotiva e il benessere psicologico. L’elemento della ‘tensione’ è presente un po’ ovunque. Gli uomini sembrano oscillare tra il desiderio di rispettare le aspettative sociali e l’esigenza di esplorare modelli più flessibili.

La mascolinità non è un monolite

Un dato interessante è la sensazione diffusa di essere ‘messi in secondo piano’ rispetto alle istanze femminili.
Questo, se non tenuto in considerazione, potrà generare atteggiamenti difensivi e conflitto invece di contribuire a un dialogo costruttivo sulle sfide legate ai ruoli di genere.

La ricerca, in definitiva, suggerisce che la maschilità non è un monolite e risulta necessario un discorso più inclusivo, in cui gli uomini abbiano la possibilità di esprimere paure e aspirazioni senza incorrere in giudizi basati su archetipi rigidi.
L’aspetto più promettente è proprio l’emergere di un bisogno di confronto. La percezione di un disagio, di origine emotiva o rispetto all’aspetto fisico, potrebbe spingere verso un ripensamento delle norme sociali e una maggiore apertura al cambiamento.

La percezione del proprio corpo

Poco meno di tre uomini su dieci (28,2%) ha un rapporto negativo con il proprio corpo. Curare il proprio aspetto esteriore riveste importanza per due terzi degli uomini italiani (66,5%), e la maggioranza ritiene che avere un fisico avvenente e prestante sia un fattore importante per attrarre un/una partner (67,3%). 
Il 15,3% degli uomini ammette di essersi sottoposto alla chirurgia estetica: il 10,6% una volta, il 3,7% due volte, l’1% tre volte o più. 

L’86,3%, poi, afferma di sentirsi sicuro della propria identità sessuale (tra questi, il 54,1% lo è molto), mentre il 13,6% dichiara di non sentirsi sicuro.
Nel corso dell’ultimo anno a più della metà degli uomini intervistati (52,3%) è capitato di ricevere commenti negativi sul proprio aspetto esteriore (al 47,7% mai). E il 56,3% ha ricevuto anche incoraggiamenti a prendersi maggior cura del suo aspetto esteriore.

L’essere maschio in rapporto con l’altro

Alla maggioranza degli uomini (61,2%) capita di sentirsi in competizione con i coetanei maschi sul piano del successo personale. Al 56,9% capita invece di sentirsi dire di comportarsi da ‘vero uomo’ davanti a situazioni difficili o emotivamente coinvolgenti.

Gli insegnamenti e gli esempi ricevuti dagli uomini della famiglia di origine sembrano giocare un ruolo preponderante nell’influenzare la formazione dell’identità maschile (64,4%). E l’aspetto esteriore viene ancora percepito come un fattore rilevante per il successo nella vita sentimentale (60,4%). 

Pro Loco, punto di riferimento sociale e motore della valorizzazione territoriale

Il 75,1% della popolazione italiana vive in comuni che ospitano almeno una Pro Loco, e oltre il 90% degli italiani ne riconosce il ruolo centrale nella promozione del territorio e nella conservazione delle tradizioni locali.
Nei comuni con meno di 10.000 abitanti, il 62,6% dei residenti sente parlare regolarmente di queste realtà, dato che scende progressivamente fino al 34,2% nei centri con popolazione compresa tra 100.000 e 500.000 abitanti.

Inoltre, nel 2023, quasi il 60% degli italiani ha partecipato ad almeno un evento organizzato da una Pro Loco, e il 43,5% di essi ha preso parte a eventi durante i propri viaggi. 
Insomma, le Pro Loco sono un punto di riferimento imprescindibile per la coesione sociale e la vitalità delle comunità locali. Lo conferma il Rapporto Censis-Unpli ‘Le Pro Loco: motore della valorizzazione territoriale e della coesione sociale’.

Un futuro promettente nonostante la sfida generazionale

Le Pro Loco oggi si trovano però ad affrontare alcuni vincoli. Il 59,3% delle associazioni segnala difficoltà nel reperire finanziamenti, mentre il 49,9% deve far i conti con la complessità burocratica.
Un ulteriore ostacolo è rappresentato dal reclutamento di nuovi volontari:. L’85,8% delle Pro Loco ritiene ‘abbastanza’ o ‘molto difficile’ assicurare un ricambio generazionale, e il 74,4% evidenzia problemi specifici in questo ambito.

Ma con un 14,5% della popolazione che si dice interessata a entrare in contatto con la Pro Loco della propria comunità per avviare un percorso di volontariato, il futuro di queste associazioni appare comunque promettente.

Eventi e iniziative garantite tutto l’anno

Il 37,5% delle Pro Loco non interrompe mai la propria attività, garantendo un’offerta continua di eventi e iniziative per la comunità durante tutto l’anno.

I periodi con la maggiore presenza di Pro Loco attive sono quelli di dicembre (95,5%), giugno (94,0%) e luglio (93,2%). Ma anche nei mesi considerati meno intensi, il 67,9% delle Pro Loco continua a offrire programmi e attività, dimostrando un impegno costante nel promuovere la vitalità e la partecipazione a livello locale.
Con il 90,9% delle Pro Loco che utilizza attivamente i social media, poi, il digitale si configura come uno strumento strategico per migliorare la visibilità e attrarre un pubblico più ampio.

“Testimonial della qualità del buon vivere italiano”

“Con le Pro loco ci troviamo di fronte a una realtà che rappresenta un vero patrimonio collettivo, radicato nei territori, attivo nelle aree interne dell’Italia, presente anche in situazioni di emergenza, dovute a eventi calamitosi, al fianco della protezione civile – aggiunge Andrea Toma, Responsabile Area Economia, Lavoro e Territorio Censis -. Inoltre, le Pro Loco hanno mostrato una grande capacità di rigenerarsi e di essere testimonial della qualità del buon vivere italiano, anche attraendo nelle loro attività i giovani”.

PMI italiane, come affrontare la mancanza di personale qualificato?

Le piccole e medie imprese sono da sempre la spina dorsale dell’economia italiana: rappresentano infatti il 98% del tessuto imprenditoriale nazionale. Eppure, nonostante il grande numero, molte imprese si trovano ad affrontare una crisi che mette a rischio la loro competitività: la difficoltà nel trovare personale qualificato e motivato.

Il problema non è solo una questione di competenze, ma riflette un cambiamento culturale più ampio che sta modificando il rapporto tra individui e mondo del lavoro.

L’83% delle aziende ha problemi nella gestione del personale

Future Age, azienda specializzata in change management e digitalizzazione, ha condotto un’indagine su oltre 2500 imprenditori in regioni chiave come Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. I dati raccolti rivelano che l’83% delle PMI ha problemi nella gestione del personale, mentre l’89% fatica a trovare lavoratori qualificati.

Addirittura, il 64% degli imprenditori considera questa difficoltà il principale motivo per cui valutare la cessione dell’azienda.

Il nuovo approccio al lavoro e le sue conseguenze

Non si tratta solo di una mancanza di competenze, ma di una trasformazione del modo in cui il lavoro viene percepito. Se un tempo era considerato un mezzo per costruire il proprio futuro, oggi molti preferiscono evitare le difficoltà lavorative e affidarsi a forme di sostegno economico.

Un simile atteggiamento incide negativamente sulla produttività delle imprese, che si trovano a dover gestire dipendenti meno motivati in un mercato sempre più competitivo.

I diversi profili di lavoratori 

Future Age ha individuato tre categorie di dipendenti all’interno delle aziende: le “Motrici”, che costituiscono il 10% del personale e rappresentano la parte trainante dell’organizzazione; i “Vagoni”, che comprendono il 70% dei lavoratori e necessitano di una guida efficace; e i “Carichi deragliati”, il 20% di dipendenti demotivati che ostacolano la produttività.

Questa suddivisione evidenzia l’importanza di una gestione del personale più efficace e mirata.

Il rilancio passa da innovazione e digitalizzazione 

Per le imprese, un altro ostacolo è rappresenta dalla scarsa digitalizzazione, che rende molte realtà poco attrattive per i giovani talenti. I settori più colpiti dalla mancanza di personale sono l’ingegneria su commessa, le lavorazioni meccaniche di precisione, l’automazione industriale e la metallurgia.

Per affrontare questa crisi, Future Age ha sviluppato il modello del “digital mentor”, un approccio che combina psicologia, ingegneria e informatica per migliorare la gestione aziendale e introdurre tecnologie avanzate.

Un cambio di passo necessario 

Paolo Borghetti, CEO di Future Age, sottolinea che la trasformazione delle PMI non può essere limitata alla tecnologia, ma deve partire da una nuova mentalità imprenditoriale.

Nei prossimi anni, l’innovazione e l’adattabilità saranno fattori chiave per la sopravvivenza delle imprese.

Gen Z e salute mentale: le cause del disagio giovanile

Lo conferma l’ultima edizione dell’osservatorio Eumetra ‘Benessere e Sostenibilità’: il 35% dei giovani appartenenti alla Generazione Z riferisce uno stato d’ansia elevato.
Si tratta di una percentuale che supera di oltre 10 punti quella dei Millennial (23%), è quasi il doppio rispetto alla GenX (17%) ed è tre volte rispetto ai Boomer (11%).

Ma perché i giovani della GenZ sperimentano livelli di ansia e angoscia superiori rispetto alle generazioni precedenti? Tra i principali fattori emergono la sensazione di non essere mai all’altezza delle aspettative altrui, la necessità di raggiungere il massimo in tempi prestabiliti con la paura di fallire, il timore di perdersi qualcosa (FOMO, Fear of Missing Out) e l’eccessiva esposizione a un bombardamento di informazioni spesso contraddittorie. Un aspetto particolarmente critico è l’aumento del ritiro sociale tra gli adolescenti.

Isolamento sociale e iperconnessione erodono il benessere psicologico

L’analisi condotta dal gruppo di ricerca ‘Mutamenti sociali, valutazione e metodi’ (MUSA) del Cnr-Irpps, basata su un campione nazionale di oltre 7.500 adolescenti tra 14 e 19 anni, mostra come la percentuale di giovani che non incontrano più i loro amici fuori dall’ambito scolastico è quasi raddoppiata dopo la pandemia. Nel 2019 era pari al 5,6%, nel 2022 è arrivata al 9,7%. 

Questo fenomeno sottolinea come l’isolamento sociale sia diventato un problema serio e persistente, correlato a fattori relazionali e psicologici, tra cui l’iperconnessione ai social media, che erode progressivamente la qualità delle interazioni sociali e il benessere psicologico individuale.

Affermazione di sé e relazioni nell’epoca ON LIFE

Per comprendere il fenomeno, è tuttavia essenziale considerare che il sistema valoriale della Gen Z, pur con differenze interne, si fonda su due assi fondamentali. La relazione con gli altri nell’era ‘ON LIFE’, in cui il mondo fisico e digitale sono intrecciati, fa sì che gestire le relazioni diventi più complesso rispetto al passato, e l’affermazione di sé.

La GenZ non è meno ambiziosa delle generazioni precedenti, ma aspira a percorsi di formazione e carriera con condizioni diverse.

Quale futuro?

Questa complessità si riflette anche nella visione del futuro dei giovani. Secondo l’Osservatorio Eumetra sulla GenZ condotto in Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, il punteggio medio di ottimismo sul futuro è inferiore a 7, con oltre il 40% dei giovani che nutre una visione negativa. 
In Spagna e Germania, il punteggio si alza di poco oltre il 7 grazie a una quota maggiore di risposte con valori compresi tra 9 e 10. 

Il benessere psicologico della GenZ rappresenta dunque una sfida prioritaria.
Investire in percorsi di formazione più flessibili, ambienti di lavoro stimolanti e spazi di socializzazione inclusivi, potrebbe essere la chiave per aiutare i giovani a costruire un futuro più sereno e sostenibile.

Wikipedia: la classifica delle voci più lette nel 2024

Secondo Wikimedia Italia, l’associazione che sostiene la popolare enciclopedia online, nel 2024 a dominare la scena delle voci più cercate su Wikipedia Italia è Jannik Sinner, seguito dal Napoli Calcio e dalla RAI.

Nei primi sei mesi dell’anno, con le sue imprese sui campi internazionali la voce dedicata al tennista italiano ha infatti raccolto 5.023.355 visite. La continua ascesa nel ranking mondiale e la partecipazione ai principali tornei del circuito ATP hanno attirato su Sinner un’enorme attenzione mediatica, tradotta in una massiccia ricerca online.

Il Napoli Calcio conquista invece 2.863.957 visite (e il secondo gradino del podio) anche dopo la storica stagione 2022-2023 conclusa con la vittoria dello scudetto.
Segno che i tifosi non hanno smesso di seguire la squadra azzurra. Ma Il terzo posto, con 2.400.763 visite, spetta alla RAI.

Dalla RAI a Facebook a l’Italia

Un terzo gradino che conferma l’importanza del 2024 per la Rai radiotelevisione italiana, anno della celebrazione del 70° anniversario delle trasmissioni televisive, andate in onda per la prima volta il 3 gennaio 1954.

Un altro tema che ha catalizzato l’attenzione degli utenti è stato il 20° anniversario di Facebook, la piattaforma di Mark Zuckerberg, al quarto posto delle voci più cercate su Wikipedia (2.280.076 visite).
In quinta posizione invece c’è …l’Italia, con 2.018.285 visite. Complice la partecipazione alle elezioni europee e regionali del 2024, ma anche alle Olimpiadi e Paralimpiadi di Parigi 2024.

Emozioni in classifica: Mango, Angelina Mango, gli Europei, Elisa Claps

Il sesto posto è riservato al cantante Mango (1.941.212 visite). A spingere la sua popolarità è stata la figlia Angelina, vincitrice del Festival di Sanremo 2024, un evento che ha riportato l’attenzione sulla carriera musicale e l’eredità artistica del padre. Non sorprende, quindi, trovare anche Angelina Mango nella settima posizione, con 1.870.711 visite.
Tra le voci più cercate non manca il Campionato europeo di calcio 2024, all’ottavo posto (1.781.970 visite).

Un tema che ha invece suscitato emozioni e riflessioni profonde è stato il caso dell’omicidio di Elisa Claps (1.696.558 visite), al nono posto. Un clamore mediatico alimentato dal documentario di Pablo Trincia (‘Dove Nessuno Guarda’) e dalla miniserie televisiva (‘Per Elisa – Il caso Claps’), diretta da Marco Pontecorvo. Due produzioni che hanno riportato sotto i riflettori uno dei casi italiani di cronaca nera più seguiti.

“Povere Creature!” chiude la top 10

Chiude la top 10 il film ‘Povere Creature!’, del regista Yorgos Lanthimos (1.694.016 visite), un titolo che ha trionfato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Leone d’Oro, successivamente premiato con due Golden Globe e quattro Oscar, compreso il premio come Miglior attrice protagonista a Emma Stone

Questa classifica, riporta Persemprenews, evidenzia come Wikipedia rifletta i gusti e le preoccupazioni degli utenti in un anno segnato da eventi sportivi, momenti storici e storie di cronaca. La presenza di atleti come Jannik Sinner, il successo musicale di Angelina Mango, le celebrazioni della RAI e di Facebook, e il ritorno di attenzione sul caso Claps, mostrano un pubblico variegato e interessato a temi di attualità, sport e spettacolo.

Oltre la metà degli italiani si sente più giovane dell’età… che ha 

Come vivono il tempo che passa i nostri connazionali? La percezione dell’età cambia profondamente in base alla mentalità e alle esperienze personali, come emerge dall’indagine “L’età senza età” condotta dall’Osservatorio Nestlé. Questo studio evidenzia come la longevità non sia solo una questione biologica, ma un equilibrio tra benessere fisico, mentale e sociale. In Italia, più della metà della popolazione (51%) si sente più giovane della propria età, un fenomeno particolarmente marcato tra i 55-64 anni (58%) e tra gli over 65 (69%).

Giovani mentalmente, un po’ meno fisicamente  

Mentre il 63% dei 55-64enni e il 69% degli over 65 dichiara di sentirsi mentalmente più giovane, solo il 40% percepisce la stessa vitalità a livello fisico. Questo divario riflette una maggiore consapevolezza dei limiti legati al corpo, ma anche il desiderio di mantenere un ruolo attivo nella società. Per il 36% degli over 60, la vecchiaia coincide con la mancanza di progetti, sottolineando quanto il “senso di scopo” sia cruciale per sentirsi vivi e realizzati.

Come evidenziato da Nic Palmarini, direttore del National Innovation Centre for Ageing, il concetto di “purpose” rappresenta una guida essenziale per mantenere la mente attiva e contrastare il senso di inutilità. Non è un caso che questo elemento sia associato alla dignità personale, un valore riconosciuto come centrale da tutte le generazioni.

Le preoccupazioni? Le stesse per tutti

Le ansie legate all’età non risparmiano nessuna fascia d’età. I più giovani, tra i 18 e i 34 anni, sono maggiormente focalizzati sull’aspetto fisico, mentre per i 35-54enni la preoccupazione principale riguarda la forza e l’efficienza fisica. Tra i più anziani, invece, emergono timori legati al declino mentale e alla perdita di autonomia. Sorprendentemente, il senso di solitudine, spesso attribuito agli anziani, è più diffuso tra i giovani (27% nella fascia 18-34 anni. Insomma, i dati evidenziano una vulnerabilità emotiva che accomuna tutte le età.

Alimentazione e lunga vita: quanto contano le scelte consapevoli? 

Il cibo gioca un ruolo fondamentale nella ricerca di una longevità sana. Tuttavia, solo il 20% degli italiani associa l’alimentazione a una vita più lunga. Le generazioni più giovani tendono a indulgere in alimenti meno salutari, mentre oltre il 60% dei 55-64enni e degli over 65 ha migliorato la qualità della propria dieta, riducendo il consumo di carne e dolci. Parallelamente, cresce l’utilizzo di integratori e il consumo di frutta secca.

Secondo Giuseppe Fatati, direttore scientifico dell’Osservatorio Nestlé, queste scelte riflettono un’attenzione crescente verso uno stile di vita più sano. Tuttavia, è essenziale monitorare i cambiamenti alimentari degli anziani per evitare carenze nutrizionali potenzialmente dannose.

La longevità come conquista

La longevità non è solo un traguardo biologico, ma una conquista culturale e sociale. L’Osservatorio Nestlé pone l’accento sull’importanza di abitudini quotidiane e sulla necessità di costruire un futuro condiviso, dove l’età rappresenti una risorsa e non un limite. Attraverso studi come questo, si gettano le basi per una società più consapevole e pronta a valorizzare ogni fase della vita.

Scuola: i suggerimenti per rendere il mondo plastic free

Bastano poche semplici abitudini per iniziare l’anno scolastico senza plastica. Un materiale che anche nel mondo della scuola è ovunque: da raccoglitori a penne, forbici, righelli, dalle confezioni delle merendine alle bottiglie d’acqua monouso. Una prima semplice regola sarebbe quella di riutilizzare ciò che si possiede già, e se si ha bisogno di nuovo materiale, considerare le opzioni senza plastica, come le penne ricaricabili o i righelli di legno e metallo.

E perché non ricoprire i libri di testo con carta riciclata anziché acquistare copertine di plastica o tessuto sintetico? Evitare anche i raccoglitori ad anelli in vinile: ciò riduce l’esposizione a microplastiche e sostanze chimiche dannose per la salute.
insomma, è facile e conveniente aiutare gli studenti a iniziare l’anno con materiali scolastici sani e privi di plastica. Basta scegliere materiali didattici che ne siano privi.

Viva lo zaino di seconda mano

Riutilizzare anche lo zaino dell’anno scorso, o ripararlo se usurato. Se invece è il momento di uno zaino nuovo, acquistarlo di seconda mano, o sceglierlo di materiali naturali, come tela o cotone biologico.

Quando si prepara il guardaroba, prendere in considerazione l’idea di acquistare vestiti di seconda mano, ed evitare vestiti di fibre sintetiche, come acrilico, poliestere, nylon, spandex, preferendo indumenti di origine vegetale, con cotone, canapa, lino, sughero e bambù sulle etichette.
Le scarpe sono comunemente fatte di plastica e materiali sintetici, quindi quando si può, cercarle completamente o principalmente fatte di tela, cotone, lana e altri materiali naturali.

A lezione di responsabilità ambientale

Insegnare agli studenti l’inquinamento da plastica e la crisi climatica può aiutare a creare un cambiamento che duri generazioni. Ad esempio, Trash Academy/La Academia de Basura, è un ciclo di lezioni virtuali sull’inquinamento da plastica che unisce istruzione, sensibilizzazione e scienza comunitaria.

Le risorse per gli educatori della California della California Coastal Commission offrono poi una serie di strumenti per aiutare gli studenti a comprendere e affrontare l’inquinamento da plastica, tra cui programmi e risorse, video in streaming, una rete educativa e un calendario di eventi.
Le risorse di PPC per la creazione di scuole senza plastica forniscono consigli su come utilizzare un elenco di questi e altri strumenti utili per aiutare le scuole nella loro trasformazione.

In mensa stop al monouso

Gli articoli in plastica monouso sono spesso molto diffusi nelle mense scolastiche e durante la merenda. Se lo studente porta i pasti a scuola può utilizzare contenitori per alimenti portatili, sigillabili e in acciaio inossidabile, ottimi sostituti dei sacchetti monouso in plastica con chiusura a zip, la pellicola o i contenitori in alluminio e plastica. Così come posate, cannucce e bottiglie in acciaio inossidabile. L’acqua in bottiglia di plastica contiene almeno il 50% in più di microplastica rispetto all’acqua del rubinetto, e acquistarle ha costi economici elevati.
I contenitori di vetro riutilizzabili sono un’altra buona alternativa alla plastica e possono anche essere molto convenienti se riutilizzati. Tuttavia, non sono adatti ai bambini piccoli.

Gli stranieri promuovono l’Italia, ma la “rimandano” in visione futura e meritocrazia 

L’Italia continua a tenere una buona posizione nella percezione dei cittadini del resto mondo, anche se perde punti in fatto di innovazione e capacità di sostenere i giovani. Lo rivela la terza edizione di Be-Italy, ricerca promossa dalla divisione Corporate Reputation di Ipsos che si distingue per il suo approccio metodologico rigoroso e la ricchezza dei contenuti. L’obiettivo principale è misurare la reputazione dell’Italia all’estero, coinvolgendo in uno studio gli abitanti di 22 Paesi del mondo.

I limiti dei “pregiudizi”

La reputazione italiana è spesso influenzata da opinioni sedimentate, luoghi comuni e una conoscenza superficiale che può essere arricchita da esperienze personali dirette o indirette. Be-Italy fornisce indicazioni macro sui giudizi e i tratti percepiti dell’Italia, confrontandola con altri Paesi. Analizza inoltre il funzionamento del Paese, le relazioni internazionali, l’organizzazione, l’efficienza, la capacità di attrarre persone e investimenti, e i settori produttivi più valorizzati. Infine, l’indagine esplora le caratteristiche e il valore del Made in Italy all’estero.

Il 46% di chi vive all’estero conosce l’Italia “molto” o “abbastanza”

Nella classifica dei Paesi più conosciuti al mondo, l’Italia si colloca al terzo posto. Il 46% degli intervistati dichiara di conoscere il Belpaese “molto” o “abbastanza”. L’Italia si posiziona dietro agli Stati Uniti (55%) e al Regno Unito (52%), ma supera la Spagna (45%) e la Francia (44%). Interessante è notare che la conoscenza dell’Italia è più diffusa tra i ceti socio-economici elevati, con una notorietà del 68%.

Le informazioni si cercano sul web

Gli intervistati utilizzano prevalentemente Internet e i social network per informarsi sui Paesi stranieri, con la TV che risulta meno utilizzata. Tuttavia, un dato negativo emerge dal giudizio complessivo sull’Italia, che è diminuito rispetto al passato: il punteggio è passato da 83 a 81, soprattutto rispetto al 2020, periodo pre-pandemia, quando l’Italia aveva mostrato una buona dose di resilienza.

Web listening: calano le conversazioni on line

Quanto si parla dell’Italia all’estero? Il volume dei contenuti che menzionano l’Italia è calato del 25% rispetto al 2020, anno in cui il Covid aveva portato l’Italia sotto i riflettori internazionali. All’epoca, i post pubblicati in tutte le lingue (tranne l’italiano) erano circa 127 milioni; nell’ultima rilevazione (15/09/2022-15/09/2023) sono stati poco più di 101 milioni.

Immagine positiva, ma senza capacità di innovare

L’immagine complessiva dell’Italia è buona, soprattutto per quanto riguarda la cultura, il benessere e la capacità di accoglienza. Tuttavia, manca una visione futura. Le critiche principali riguardano lo scarso coinvolgimento delle nuove generazioni, l’incapacità di offrire opportunità di crescita, la poca innovazione, il basso sostegno pubblico alle imprese e il clientelismo senza meritocrazia.

Il vino italiano vince su tutto 

Sul fronte degli investimenti esteri, gli Stati Uniti guidano la classifica, seguiti da Canada, Svezia e Germania. Tuttavia, il Made in Italy mantiene delle certezze solide, soprattutto nell’enologia, con il vino che supera persino il cibo, il turismo e la moda, che restano i capisaldi dell’attrattiva italiana.

Genere e stereotipi, come li vivono oggi gli italiani?

La seconda edizione dell’Osservatorio “Genere e Stereotipi”, promosso da Henkel Italia in collaborazione con Eumetra, ha evidenziato come le scelte e le azioni di donne e uomini siano ancora limitate dalla persistenza di stereotipi di genere. Stereotipi così radicati da influenzare le decisioni sia a livello familiare sia individuale.

La ricerca, condotta su un campione di 2.000 individui tra i 18 e i 55 anni appartenenti alla community del magazine online DonnaD, ha rivelato che il 73% delle donne ritiene che esistano scuole superiori più adatte per i maschi e altre per le femmine, un pensiero confermato dall’85% anche riguardo alle facoltà universitarie. Questo atteggiamento è condiviso dal 73% degli uomini e dal 63% dei giovani intervistati.

Gender gap sul posto di lavoro 

Nel contesto lavorativo, il 56% delle donne ritiene di essere retribuito meno dei colleghi uomini, e solo il 38% pensa di ricevere uno stipendio equo. La difficoltà delle donne nel emergere nel mondo del lavoro è aggravata dagli ostacoli legati alla conciliazione vita-lavoro, con un terzo della popolazione femminile che dichiara di aver dovuto sacrificare la carriera per la famiglia. 

Casa e figli ancora sulle spalle delle donne

La ricerca ha evidenziato inoltre che le donne continuano a sopportare il peso maggiore dei lavori domestici e della cura della famiglia. Il diverso peso nella gestione delle attività in casa è motivato dal differente contributo al reddito famigliare, con il 18% degli intervistati che ritiene che chi guadagna di più, ovvero l’uomo nel 64% dei casi, influenzi le decisioni economiche della famiglia. Anche l’educazione dei figli è influenzata dagli stereotipi di genere, con molti padri e madri che si sentono condizionati nella scelta dei giocattoli per i propri bambini.

Tuttavia, c’è un crescente consenso sulla necessità di insegnare tutte le attività domestiche ai figli indipendentemente dal genere. L’80% della GenZ ritiene infatti che tali responsabilità debbano essere condivise equamente.

Anche gli sport sono considerati in modo “differente”

Nel tempo libero e nello sport, gli stereotipi persistono: la maggior parte degli uomini considera il calcio uno sport maschile, mentre le donne lo vedono come adatto a tutti. Allo stesso modo, la danza è spesso etichettata come femminile dagli uomini, mentre le donne la percepiscono in modo più inclusivo. Il presidente e AD di Henkel Italia, Mara Panajia, ha sottolineato l’importanza delle aziende nell’incidere positivamente sulla comunità in cui operano.

Italiani insoddisfatti della vita “in casa”

Il rapporto degli italiani con la vita in casa non segue un’evoluzione lineare. Solo il 50% è soddisfatto, e appena il 32% è fiducioso nei prossimi due anni. A preoccupare sono principalmente la salute delle persone care (46%), la situazione economica famigliare (45%), ma anche lo stato dell’economia del Paese (31%). Poi c’è chi teme eventi metereologici avversi (24%) che potrebbero interessare la propria casa. 

A ostacolare una migliore vita domestica nel corso del 2023 sono intervenute alcune pulsioni contrastanti, tra cui, “fare di più versus fare meno”. Per il 43% degli italiani la possibilità di rilassarsi è una priorità assoluta nella casa ideale, mentre per il 41% lo è avere una casa ordinata e organizzata. 
Lo afferma Ikea Italia nella decima edizione di Life at home report, progetto di ricerca internazionale sull’abitare. 

Tensione alla condivisione versus bisogno di privacy

La casa è il luogo dove accogliamo gli amici, ma anche il nostro porto sicuro. Gli abbracci di una persona cara sono una delle cose che porta più gioia in casa (37%), ridere con gli amici è il principale fattore di divertimento, e sono le persone con cui viviamo a farci sentire più sicuri a casa (32%). D’altronde, avere la giusta privacy è importante per sentirsi soddisfatti e a proprio agio (26%).

C’è poi il “vivere bene” che si scontra con il “vivere secondo le proprie possibilità”.
Ma vivere secondo le proprie possibilità significa optare per le soluzioni più economiche, perché molti si trovano ad affrontare una crescente pressione per quanto riguarda la propria condizione finanziaria.

Tecnologia: da terzo incomodo ad alleata silenziosa

L’evoluzione del concetto di casa è il frutto di alcune direttrici, che dall’ultimo decennio fanno parte della nostra vita domestica.
La prima è sicuramente la tecnologia, passata da ‘terzo incomodo’ ad alleata spesso discreta e silenziosa per rendere la casa più efficiente.
Fino al 2019 la tecnologia è sempre stata giudicata come intrusiva nelle relazioni, ma durante la pandemia si è trasformata in una preziosa alleata.

Oggi solo il 17% degli italiani pensa di passare troppo tempo davanti a uno schermo, mentre il 22% ritiene che avere accesso a internet fa sentire più sicuri in casa. Un dato maggiore rispetto a disporre di un sistema di allarme, che si attesta al 15%.

Benessere e sostenibilità

Negli ultimi dieci anni la definizione di vivere bene si è ampliata fino a includere salute, benessere e sostenibilità. Dieci anni fa, riferisce Askanews, contavamo sulle attività fuori casa per migliorare il nostro benessere, ma negli ultimi due anni è stata proprio la casa a rispondere a questa domanda.

Anche la sostenibilità ha varcato la porta di casa, ma nonostante l’aspirazione verso uno stile di vita più in armonia con la natura, il percorso è ancora lungo.
Solo il 24% degli italiani afferma che la casa è in grado di rispondere a questo desiderio.