Economia

Il lavoro ha i capelli grigi: perché nelle PMI manca il ricambio generazionale?

L’Italia non è un paese per giovani lavoratori. Anzi. Mentre si parla spesso di innovazione e futuro, a mandare avanti le imprese sono sempre più spesso persone con alle spalle decenni di esperienza.

I dati lo confermano e una recente indagine dell’I-AER, Institute of Applied Economic Research, lo racconta senza giri di parole: l’occupazione cresce, ma quasi solo tra gli over 50. Un equilibrio che regge oggi, ma che domani rischia di diventare fragile.

I senior sono la spina dorsale delle imprese

Negli ultimi anni la presenza dei lavoratori più maturi è rimasta stabile nella maggior parte delle piccole e medie imprese ed è aumentata in una su quattro. In alcune realtà, gli over 50 rappresentano ormai più della metà della forza lavoro.

Al contrario, solo una minoranza può contare su una prevalenza di giovani. Il ricambio generazionale, di fatto, procede al rallentatore.

I settori a più altra concentrazione di over

I settori più “anziani” restano la Pubblica amministrazione, l’istruzione e i servizi pubblici, ma è nel terziario che si trova il numero più alto di lavoratori senior: commercio, turismo, servizi alla persona.
Anche manifattura e costruzioni mostrano segni evidenti di invecchiamento, soprattutto nei ruoli tecnici, dove sostituire competenze consolidate non è semplice.

Un Paese che perde i giovani

Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione degli over 50 è cresciuta soprattutto in molte regioni del Centro e del Sud. Nello stesso periodo, però, quasi 156 mila italiani hanno lasciato il Paese e molti erano giovani laureati.
È qui che il quadro si complica: meno giovani disponibili, più responsabilità sulle spalle di chi resta.

Scelte obbligate, non strategiche

Gli imprenditori lo dicono chiaramente. Tre PMI su quattro faticano a trovare profili adeguati. I lavoratori senior vengono scelti per affidabilità, autonomia e conoscenza del mestiere.

I giovani, quando arrivano, sono apprezzati per flessibilità e costi più bassi, ma spesso mancano tempo e risorse per accompagnarli in un vero percorso di crescita.

Tenere insieme presente e futuro

Secondo Fabio Papa, economista e fondatore di I-AER, il problema non è l’invecchiamento in sé, ma l’assenza di alternative. Le imprese valorizzano chi c’è, spesso senza un piano di successione. Il rischio è che tra qualche anno molte PMI si ritrovino senza figure pronte a raccogliere il testimone.

Il giudizio sui lavoratori over 50 resta positivo, anche se non mancano difficoltà legate ai costi, alla rigidità contrattuale e all’adattamento al cambiamento. La vera sfida, oggi, è trovare un equilibrio: continuare a puntare sull’esperienza e, allo stesso tempo, creare le condizioni perché i giovani tornino a essere una risorsa per il futuro delle imprese italiane.

Welfare aziendale: come sostenere il reddito dei dipendenti?

Scarsa informazione, difficoltà amministrative e convinzioni errate alimentano il fenomeno del non take-up, che genera il cosiddetto ‘welfare non riscosso’.
Si stima che in media in Italia il 40% di chi potrebbe beneficiare di queste misure non lo faccia. Milioni di lavoratori italiani avrebbero quindi i requisiti per accedere a una vasta gamma di Public Benefit (bonus e agevolazioni pubbliche) destinati a persone e famiglie.

Tuttavia, solo una parte è consapevole di queste opportunità. E anche chi ne è a conoscenza spesso rinuncia a utilizzarle. Le procedure sono complesse, la burocrazia scoraggia e la percezione di ‘non averne diritto’ porta molti a non richiedere ciò che spetterebbe.
Per valutare il potenziale dell’integrazione dei Public Benefit nel welfare aziendale Bonoos, operatore in ambito HR-tech, ha condotto un’indagine su 100 HR Manager di aziende con più di 250 dipendenti

Public Benefit in azienda

In un mercato del lavoro segnato da inflazione, salari in crescita più lenta rispetto alla media europea e nuove esigenze sociali, le imprese possono trasformare i Public Benefit in un valore concreto per lavoratori e organizzazioni.

Quasi il 20% delle aziende offre già servizi per facilitare l’accesso ai Public Benefit. L’integrazione fra Public Benefit e welfare aziendale è sempre più rilevante in un contesto in cui sostenere il reddito dei collaboratori rappresenta una leva fondamentale per engagement, retention e benessere.
A oggi, i Fringe Benefit risultano la formula più diffusa (76%), seguiti dai Flexible Benefit (44%).

Una nuova fase di sviluppo

L’integrazione dei Public Benefit è considerata logica e semplice, soprattutto per le imprese che dispongono già di un portale di welfare.
Oltre 6 HR Manager su 10 conoscono i Public Benefit anche senza offrirli ai dipendenti, e la consapevolezza sale al 71% considerando l’intero campione.

La conoscenza rimane però iniziale. Il 75% degli HR Manager non sa quanti bonus siano effettivamente disponibili in Italia. Molti li stimano tra 100 e 200, mentre Bonoos ne ha mappati oltre 1.000, riguardanti famiglia, salute, disabilità, istruzione, mobilità sostenibile, tempo libero e casa.
Solo 4 HR Manager su 10 sanno che il valore potenziale dei Public Benefit può superare 1.000 euro annui pro capite. E il 60% è disposto a introdurli o mantenerli nel proprio piano di welfare. 

Vantaggi win-win

La propensione aumenta tra le aziende che hanno già iniziato un percorso di integrazione o dispongono di un piano strutturato.
Il principale driver è il vantaggio economico per i lavoratori.

Tra i benefici percepiti dalle aziende emergono maggiore soddisfazione dei dipendenti, miglioramento del clima interno (nelle aziende già dotate di piani di welfare), sostegno concreto e misurabile al reddito, generabile senza costi aggiuntivi per l’impresa, rafforzamento e ampliamento dell’offerta di welfare.
Quasi 8 HR Manager su 10 ritengono che i lavoratori accoglierebbero favorevolmente l’introduzione di questi servizi. Per i dipendenti, l’accesso ai Public Benefit significa maggiore potere d’acquisto, più supporto alla vita quotidiana e un contributo reale al benessere complessivo.

La valutazione dei rischi non finisce mai: il ruolo chiave dell’aggiornamento DVR

La gestione della sicurezza sul lavoro in qualsiasi azienda costituisce un processo che possiamo definire “dinamico”.

Essa non si esaurisce infatti con la redazione iniziale del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), un adempimento normativo basilare per ogni attività lavorativa.

La sua efficacia dipende dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e alle evoluzioni che intervengono nell’ambiente lavorativo.

Questo documento non è una mera formalità burocratica, bensì uno strumento attivo per la protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Mantenere il DVR costantemente aggiornato è un dovere giuridico inderogabile e una pratica essenziale per garantire un ambiente di lavoro sicuro e conforme alle normative vigenti.

Il DVR non è un compito statico

Il DVR si è come una fotografia dei pericoli presenti in un dato momento all’interno di un’azienda, in cui vengono esaminate mansioni, attrezzature e processi produttivi.

Esso identifica le misure preventive e protettive da adottare per ridurre o eliminare tali rischi, assegnando specifiche responsabilità e definendo procedure di emergenza.

Potremmo definirlo uno strumento vivo, che necessita di essere rivisto e modificato ogni qualvolta si verifichino cambiamenti significativi nelle condizioni che lo hanno generato.

Un DVR obsoleto potrebbe compromettere la sicurezza aziendale esponendo i lavoratori a pericoli non più contemplati o gestiti adeguatamente.

Aggiornamento del DVR: quando è obbligatorio

L’obbligo di aggiornare il DVR non è lasciato alla discrezione del datore di lavoro, ma è stabilito da precise disposizioni normative.

In particolare, l’aggiornamento DVR diventa imperativo in diverse circostanze, come ad esempio significative modifiche del processo produttivo o dell’organizzazione del lavoro, che potrebbero introdurre nuovi pericoli o alterare quelli esistenti.

L’introduzione di nuove attrezzature, macchinari o sostanze chimiche, che possono generare rischi sconosciuti in precedenza, richiede una nuova valutazione per integrarli nel DVR.

In sintesi, ogni volta che si verificano mutamenti rilevanti nell’azienda, si rende indispensabile una revisione del documento per far si che sia sempre valido.

Benefici di un DVR sempre attuale

Un DVR costantemente aggiornato porta numerosi vantaggi operativi oltre al mero adempimento normativo. In primo luogo, contribuisce a creare un ambiente di lavoro più sicuro per tutti i dipendenti, riducendo l’incidenza di infortuni e malattie professionali

La diminuzione degli incidenti si traduce anche in un miglioramento della produttività aziendale, evitando interruzioni delle attività e assenze del personale.

Un DVR sempre aggiornato migliora anche la reputazione dell’azienda nei confronti dei dipendenti, dei clienti e delle autorità di controllo. Questo dimostra un impegno concreto verso la sicurezza, rafforzando la credibilità.

Chi si occupa dell’aggiornamento

Il compito di mantenere aggiornato il DVR ricade sul datore di lavoro, il quale detiene la responsabilità ultima della sicurezza e della salute dei propri dipendenti.

Tale attività non può essere delegata interamente, ma il datore di lavoro si avvale della collaborazione di figure specializzate.

  • Il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP): svolge un ruolo di supporto tecnico e scientifico nella valutazione dei rischi e nell’individuazione delle misure preventive e protettive appropriate.
  • Il Medico Competente: contribuisce con la sua esperienza in materia di sorveglianza sanitaria, analizzando gli impatti dei rischi sulla salute dei lavoratori e suggerendo le azioni correttive necessarie.

La collaborazione sinergica di queste figure assicura una valutazione completa e un aggiornamento efficace del DVR.

L’importanza della formazione e informazione

Una corretta gestione della sicurezza e l’efficacia del DVR dipendono in gran parte dalla formazione di tutti i soggetti coinvolti, dai lavoratori ai dirigenti.

I dipendenti devono essere in grado di riconoscere nuovi rischi o situazioni potenzialmente pericolose, segnalandole tempestivamente ai loro superiori.

Dirigenti e preposti necessitano di formazione specifica per comprendere il proprio ruolo nella gestione della sicurezza, garantendo l’applicazione delle procedure e il rispetto delle normative.

Un personale ben formato contribuisce attivamente al mantenimento di un ambiente di lavoro sicuro e all’aggiornamento continuo del DVR.

Device ricondizionati: convenienti, sostenibili ma anche sicuri? 

Noi italiani in particolare siamo dei veri fan di smartphone e device tecnologici, tanto da volerne continuamente… di nuovi. Però negli ultimi tempi le cose stanno un po’ cambiando: sempre più persone scelgono di rallentare questa corsa, forse un po’ stufe di inseguire ogni ultimo modello. È una nuova filosofia, che prende ispirazione dalla “Joy of Missing the Upgrade” (JOMU): la soddisfazione di non dover per forza acquistare l’ultimo dispositivo, scegliendo invece di valorizzare quelli già esistenti. Non sorprende che in questo contesto cresca l’appeal del ricondizionato.

Lo dimostrano anche i dati diffusi da eBay. Oggi oltre il 40% delle vendite sulla piattaforma riguarda articoli usati o rigenerati. Solo nei primi tre mesi del 2025, su eBay.it è stato visualizzato un prodotto ricondizionato ogni 11 secondi.

Sì al risparmio “responsabile”

Il risparmio è un motivo chiave per scegliere il ricondizionato: sulla piattaforma si può arrivare a spendere fino al 40% in meno rispetto al nuovo. Questo vale in particolare per categorie come informatica e gaming, ma anche per smartphone ed elettrodomestici. Ma non si tratta solo di una questione di prezzo: il 68% dei consumatori riconosce il valore ambientale di questa scelta.

Nel 2024, grazie alla vendita di articoli ricondizionati, eBay ha contribuito a evitare 1,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ e 70.000 tonnellate di rifiuti, con un impatto economico positivo pari a 5 miliardi di dollari.

Cinque idee sbagliate sul ricondizionato

Anche se i trend dimostrano che la “nuova vita” dei device è sempre più interessante per i consumatori, alcuni falsi miti legati al ricondizionato sono duri da sradicare. Ecco i cinque più comuni:

“Vale solo per gli smartphone” Falso: oggi l’offerta include di tutto, dai robot da cucina alle console da gioco, fino a lavastoviglie, aspirapolveri e attrezzi per il fitness.

“Ha una qualità inferiore” I prodotti venduti nel Programma Ricondizionato eBay sono controllati da tecnici qualificati e classificati secondo standard precisi.

“Non c’è garanzia” Ogni articolo ricondizionato sulla piattaforma ha una garanzia di almeno 12 mesi, estendibile fino a 24.

“Non so chi vende” I venditori sono selezionati e verificati, con badge identificativi e feedback pubblici.

“Non si può regalare” Sempre più utenti sono favorevoli a regalare (e ricevere) prodotti ricondizionati, segno di un cambiamento culturale in atto.

    Il commercio diventa circolare

    Attraverso il suo Programma Ricondizionato, eBay promuove una visione più circolare e sostenibile del commercio. Con controlli rigorosi, il ricondizionato non è più un’alternativa, ma una scelta consapevole e soprattutto sostenibile.

    Sentiment italiano: fiducia in calo tra i consumatori, in crescita tra le imprese

    Nel mese di giugno 2025, l’andamento della fiducia in Italia disegna un quadro altalenante. Secondo le rilevazioni Istat, le imprese fanno registrare un aumento del sentiment positivo, mentre tra i consumatori si rileva una lieve battuta d’arresto rispetto al mese precedente.

    I cittadini tornano scettici: aumenta il pessimismo

    La fiducia dei consumatori si riduce leggermente, passando da 96,5 a 96,1. La flessione coinvolge la maggior parte delle componenti che costituiscono l’indice, fatta eccezione per le valutazioni sul contesto economico generale e per le attese sull’occupazione, che restano stabili o in lieve miglioramento.

    Osservando gli indicatori specifici, il clima legato alla situazione economica nazionale cresce da 97,5 a 99,6, mentre restano invariati i giudizi sul futuro (93,7). Scendono invece sia la percezione delle condizioni personali (da 96,1 a 94,8), sia quella della situazione attuale (da 98,6 a 97,9), segnalando un sentimento di prudenza diffusa tra le famiglie italiane.

    Le imprese puntano sulla ripresa, tranne nel commercio

    Il clima di fiducia delle imprese segna un progresso, passando da 93,1 a 93,9. La crescita interessa tutti i principali comparti produttivi, ad eccezione del commercio al dettaglio, dove si osserva una leggera contrazione (da 102,8 a 101,9), dovuta in particolare alla grande distribuzione.

    Nel settore manifatturiero, le previsioni di produzione migliorano, nonostante il calo nei giudizi sugli ordini. Nel comparto edilizio, l’ottimismo riguarda soprattutto le prospettive occupazionali, mentre nei servizi di mercato crescono i giudizi sia sugli ordini sia sull’andamento generale. I trasporti guidano la crescita del settore, mentre i servizi turistici mostrano segnali di rallentamento.

    Un’economia in cerca di equilibrio

    Nel complesso, il mese di giugno mostra un’economia che si muove su due binari. Le imprese manifestano un atteggiamento più fiducioso, spinte da aspettative in miglioramento e segnali positivi in diversi settori. Le famiglie, invece, appaiono più caute, condizionate da incertezze legate alla sfera personale e quotidiana.

    Export italiano in ripresa a febbraio (più dell’import)

    Segnali incoraggianti per l’economia italiana: a febbraio 2025, si sono registrati dati positivi per quanto concerne il settore delle esportazioni. Secondo i dati pubblicati dall’Istat, l’export segna un aumento mensile del +3,5%, una crescita più marcata rispetto all’import, che si ferma a +1,7%. L’incremento delle esportazioni coinvolge sia i mercati dell’Unione Europea (+3,7%) che quelli extra-Ue (+3,2%).

    Nel trimestre dicembre 2024 – febbraio 2025, le vendite all’estero segnano un incremento del +4% rispetto al trimestre precedente, mentre le importazioni crescono del +3%.

    Confronto annuale: export stabile in valore, ma in calo nei volumi

    Su base annua, le esportazioni aumentano dello 0,8% in termini di valore, ma calano del 4,3% in volume, segno di un aumento dei prezzi medi. L’export verso i Paesi UE cresce del +3%, mentre verso quelli extra-UE cala del -1,6%.

    Per quanto riguarda l’import, l’incremento annuale è più marcato: +4,1% in valore, ma con un calo del -2,7% in volume, evidenziando un rialzo generalizzato dei prezzi, in particolare nei comparti energetici.

    I settori più dinamici e quelli in difficoltà

    Tra i comparti che trainano le esportazioni italiane spiccano i prodotti farmaceutici e chimico-medicinali (+31,2%) e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (+9,6%). In difficoltà, invece, il settore dei prodotti petroliferi raffinati (-25,8%), i macchinari (-4,1%) e gli autoveicoli (-11,5%).

    Nel confronto tra Paesi, l’export cresce significativamente verso Germania (+14,5%), Spagna (+21,1%), Svizzera (+17,3%) e Regno Unito (+10,4%). Al contrario, calano le esportazioni verso Stati Uniti (-9,6%), Belgio (-11,8%), Turchia (-9,9%) e Austria (-9,0%). Tuttavia, escludendo il settore navale, le vendite verso gli USA registrano un aumento del +6,9%.

    Saldo commerciale positivo, ma pesa il deficit energetico

    Il saldo commerciale italiano torna positivo: a febbraio si attesta a +4.466 milioni di euro, in miglioramento rispetto al leggero deficit di gennaio. Tuttavia, il deficit energetico si amplia, raggiungendo i -5.000 milioni, a fronte dei -3.749 milioni dell’anno precedente. L’aumento dei prezzi all’importazione è del +0,6% mensile e +2,2% su base annua, spinto dai rincari energetici sia nell’area euro che extra-euro.

    A febbraio, la crescita congiunturale dell’export si deve principalmente alle maggiori vendite di beni strumentali, tra cui prodotti della cantieristica navale. L’export cresce anche su base annua, trainato soprattutto dall’aumento delle vendite di prodotti farmaceutici e mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi. Le vendite sono in crescita verso Germania, Spagna e Svizzera; mentre si registra una flessione tendenziale verso gli Stati Uniti (-9,6%).

    Cybercrime, la sua crescita è davvero inarrestabile?

    Il cybercrime – che causa incidenti per estorcere denaro – è stato nel 2024 responsabile di quasi 9 attacchi su 10, rappresentando l’86% degli attacchi globali. Rispetto all’anno precedente, il fenomeno ha registrato un aumento di tre punti percentuali, confermando il crescente interesse della criminalità organizzata verso il cyberspazio. Lo rivela il Rapporto Clusit 2025, realizzato dall’Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica, Sofia Scozzari, del Comitato Direttivo Clusit, sottolinea come il rendimento economico del cybercrime abbia superato quello di molte attività illegali tradizionali, grazie ai modelli “as-a-Service” che permettono di lanciare attacchi anche senza particolari competenze tecniche.

    Parallelamente, gli attacchi di matrice hacktivista sono aumentati del 16%, mentre quelli legati alla cosiddetta “guerra delle informazioni” sono quasi raddoppiati. L’unica categoria in diminuzione riguarda gli attacchi per spionaggio e sabotaggio, con un calo di circa 20 punti percentuali. Tuttavia, questi ultimi hanno avuto impatti devastanti nel 70% dei casi, soprattutto a causa dei conflitti geopolitici in corso.

    Aumento del 40,6% sull’anno precedente 

    Anche in Italia il cybercrime ha rappresentato la principale minaccia informatica del 2024, con il 78% degli attacchi totali attribuibili a gruppi criminali organizzati. Questo dato segna una crescita del 40,6% rispetto all’anno precedente, evidenziando una vulnerabilità sempre maggiore.

    Un altro fenomeno di rilievo è stato l’hacktivism, spesso legato a tensioni geopolitiche. Su un totale di 279 attacchi registrati in Italia, 80 sono stati riconducibili a movimenti attivisti, pari al 29% del totale. Al contrario, nel nostro Paese non si sono verificati episodi rilevanti di spionaggio o di guerra informatica, a differenza di quanto osservato a livello globale.

    Sono tre i settori più colpiti

    A livello mondiale, il 44% degli attacchi ha riguardato tre categorie principali: obiettivi multipli (18%), istituzioni governative e forze armate (13%) e sanità (13%). Gli attacchi indiscriminati a obiettivi multipli continuano a essere i più diffusi, mentre quelli contro enti pubblici e ospedali risultano particolarmente critici per la rilevanza dei dati sottratti.

    Nel 2024 si è registrato un forte aumento degli attacchi nei settori media (+175%), commercio (+92%), istruzione (+43%) e manifatturiero (+38%). In controtendenza, il comparto finanziario e assicurativo ha visto una riduzione del 16%, in parte grazie a nuove normative come il Regolamento DORA, che ha rafforzato la sicurezza nel settore.

    In Italia bersagliato il comparto dell’informazione

    In Italia, il settore più bersagliato è stato quello dell’informazione, con il 18% degli attacchi totali. Seguono il comparto manifatturiero e gli attacchi a obiettivi multipli (entrambi con il 16%), mentre il settore governativo ha registrato il 10% degli incidenti.

    I trasporti e la logistica hanno visto un calo del 4% rispetto al 2023, ma restano tra i settori più vulnerabili, con un numero di attacchi superiore alla media globale. Anche il settore sanitario ha subito una lieve riduzione degli attacchi rispetto all’anno precedente.

    Servono strategie di difesa più efficaci

    La crescente digitalizzazione sta esponendo sempre più settori agli attacchi informatici. Un esempio emblematico è stato il grave attacco subito dal settore dei media nel 2024, che ha compromesso i dati di cinque milioni di persone. Questo episodio dimostra come una singola vulnerabilità possa causare danni enormi a livello sociale ed economico.

    Luca Bechelli, del Comitato Direttivo Clusit, evidenzia la necessità di adottare strategie di sicurezza più avanzate. La Direttiva NIS2, recentemente aggiornata, mira a rafforzare la protezione dei settori critici, ma il rischio rimane elevato. Le aziende e le istituzioni devono investire in tecnologie più sicure e sviluppare una maggiore consapevolezza sui pericoli del cybercrime.

    Lavoro: ripensare le strategie di talent acquisition per trattenere “chi vale”

    Oggi alle aziende è richiesto un profondo ripensamento delle proprie strategie di talent acquisition, se vogliono trattenere i talenti al loro interno.
    “Le persone sono diventate più esigenti perché riconoscono quanto le ore trascorse in azienda influenzino profondamente la qualità della vita personale – spiega Carola Adami, della società di head hunting Adami & Associati -. Questa consapevolezza ha generato aspettative più elevate in termini di ambiente lavorativo, flessibilità e opportunità di crescita”. 

    Se fino a pochi anni fa le persone si identificavano principalmente con la propria professione, oggi il lavoro viene considerato una componente importante, ma non predominante, della vita. Un cambio di prospettiva che non ha portato a un disinteresse verso la sfera professionale. Anzi, ha intensificato l’attenzione nella scelta del percorso lavorativo.

    Significative difficoltà nella selezione del personale per l’88% delle imprese

    Il crescente divario tra aspettative dei candidati e proposte aziendali rappresenta oggi una delle principali sfide nel recruitment. Come evidenzia l’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, l’88% delle imprese italiane riscontra significative difficoltà nella selezione del personale, con un peggioramento nell’ultimo anno per oltre la metà delle imprese.

    I numeri fotografano una situazione preoccupante. Solo il 9% degli italiani si dichiara soddisfatto della propria occupazione, e solo il 5% si considera pienamente realizzato nel proprio ruolo.
    Non sorprende, quindi, che il 42% abbia recentemente cambiato impiego o stia pianificando di farlo, guidato principalmente dalla ricerca di un maggior benessere psicofisico.

    Oggi il principale driver del cambiamento professionale è il benessere 

    “È la prima volta nella storia che il benessere emerge come principale driver del cambiamento professionale – sottolinea Adami -, un segnale che le aziende non possono permettersi di ignorare. Per attrarre e fidelizzare i talenti, è prioritario che le organizzazioni creino un ambiente lavorativo realmente salutare”.

    Questo significa sviluppare strategie concrete su più fronti. In particolare, implementare politiche efficaci per la gestione e la riduzione dello stress correlato al lavoro, garantire carichi di lavoro sostenibili e una corretta distribuzione delle responsabilità, sviluppare programmi di welfare aziendale strutturati e personalizzabili. E assicurare il pieno rispetto delle normative sulla sicurezza e la salute sul lavoro.

    Impegno concreto e valori aziendali sempre più importanti

    “I talenti cercano organizzazioni che investano concretamente nella loro crescita – continua Adami -. Questo significa offrire percorsi di carriera chiari, programmi di formazione continua e possibilità concrete di ampliare le proprie competenze”.

    Inoltre, oggi si assiste a un fenomeno nuovo: “i giovani talenti valutano attentamente i valori e l’impatto sociale dell’organizzazione prima di candidarsi – osserva l’head hunter -. Non si tratta più solo di offrire una buona retribuzione, ma di dimostrare un impegno concreto verso le sfide globali del nostro tempo”.
    La chiave per il successo nel talent acquisition risiede quindi nella capacità delle imprese di evolvere e adattarsi a queste nuove esigenze. Le organizzazioni devono ripensare le politiche di gestione delle risorse umane, il posizionamento valoriale, e la cultura aziendale.

    Efficienza energetica: il 56% dei risparmi arriva dalle detrazioni

    È quanto emerge dal 13° Rapporto annuale Enea sull’efficienza energetica, presentato nel corso di un convegno a Roma: nel 2023 in Italia sono stati realizzati nuovi risparmi energetici per oltre 3,6 Mtep (1 milione di tonnellate di petrolio), pari ai consumi elettrici complessivi del Lazio e della Toscana.

    Il risparmio è stato generato grazie a progetti avviati dal 2021 con il supporto delle misure per ottemperare agli obblighi della Direttiva europea sull’efficienza energetica. Un risparmio equivalente al 92% dell’obiettivo fissato per il solo 2023 dal Pniec (Piano Energia e Clima).
    Complessivamente, risulta ancora preponderante il traino delle detrazioni fiscali, ovvero, circa 2 Mtep, pari a una quota del 56,2% dei risparmi totali 2023.

    I Certificati Bianchi e la riduzione dei consumi di energia finale

    Oltre a queste misure, la riduzione dei consumi di energia finale è attribuibile alla crescita dei Certificati Bianchi, che hanno raggiunto il 28% rispetto al 2022, spingendo il dato cumulato a 0,6 Mtep, agli incentivi per la mobilità sostenibile (0,4 Mtep) e al Conto Termico (0,3 Mtep).

    Sono in aumento anche i risparmi energetici conseguiti nell’ambito dei progetti realizzati attraverso i Fondi di coesione, con un risparmio di energia finale di circa 31,8 ktep/anno al 2023.
    Da segnalare il ruolo giocato dalle campagne di sensibilizzazione che hanno coinvolto quasi 14 milioni di cittadini per quanto concerne il settore residenziale. La stima dei risparmi indotti dai cambiamenti nei comportamenti di consumo, da parte di individui e imprese, è pari a oltre 0,1 Mtep.

    Puntare su tecnologie emergenti e digitalizzazione

    “L’efficienza energetica rappresenta la chiave per raccogliere alcune delle sfide più urgenti del nostro tempo e raggiungere i traguardi disegnati dall’Unione Europea, che grazie al pacchetto legislativo Fit for 55 e alle Direttive Efficienza Energetica (Eed III) e Prestazione Energetica degli Edifici (Epbd IV), si distingue come leader globale della transizione energetica – commenta il direttore generale Enea Giorgio Graditi -. Alla luce delle vulnerabilità delle filiere energetiche globali, è fondamentale sfruttare le potenzialità offerte dall’innovazione, puntando sulle tecnologie emergenti e sulla digitalizzazione, che consente un monitoraggio in tempo reale delle emissioni e l’ottimizzazione dei consumi”.

    Gli audit energetici obbligatori per le imprese energivore

    Per i soli interventi di efficientamento energetico avviati nell’anno, il confronto tra 2023 e 2022 evidenzia una flessione dei risparmi conseguiti tramite i meccanismi di detrazione fiscale come SuperEcobonus (-21,2%) ed Ecobonus (-20,4%). Rimane sostanzialmente stabile il contributo del Bonus Casa, che con i soli interventi attivati nel 2023 ha consentito risparmi pari a 71 ktep (-0,9%). Sul fronte dell’efficienza energetica negli usi finali, notevole contributo è arrivato dalle aziende con l’avvio il 5 dicembre 2023 del terzo ciclo di audit energetici obbligatori per le grandi imprese e quelle energivore.

    Rispetto a dicembre 2019, le grandi imprese energivore che hanno adempiuto all’obbligo sono aumentate del 19%, mentre le grandi imprese sono diminuite dell’11%. I circa 9mila interventi di efficientamento energetico effettuati hanno prodotto un risparmio pari a 0,5 Mtep.

    eCommerce, in che modo il B2B sta trasformando le strategie aziendali?

    Negli ultimi anni, il commercio digitale ha rivoluzionato non solo il settore B2C, ma anche l’ambito B2B, dove l’e-commerce sta emergendo come un pilastro delle strategie di crescita aziendale. Due sono i fattori principali che guidano questa transizione: l’accesso a nuovi segmenti di mercato e l’ottimizzazione dei processi interni.

    Un numero crescente di aziende B2B sta investendo in piattaforme e-commerce proprietarie e nei marketplace digitali per espandere la propria offerta e migliorare l’efficienza operativa.

    Dati dallo studio di BVA Doxa

    Questi trend sono confermati da uno studio recente condotto da BVA Doxa, presentato alla conferenza Marketing B2B organizzata da ANES. La ricerca, basata su un campione di 300 dirigenti di aziende con più di 10 dipendenti, rivela che le vendite online continuano a crescere, rappresentando il 27% del fatturato complessivo delle imprese B2B.

    Nei prossimi due o tre anni, si prevede un incremento del 4,5%, consolidando ulteriormente il commercio digitale come strumento strategico.

    eCommerce: perchè le imprese lo utilizzano?

    Tre aziende su quattro utilizzano l’e-commerce per espandere il proprio mercato. Tra queste, il 43% preferisce sviluppare piattaforme proprietarie per adattarsi meglio alle proprie necessità. Anche le aziende che al momento non utilizzano il commercio digitale (soprattutto PMI del settore dei servizi) mostrano un interesse in crescita: il 26% dichiara infatti di voler avviare attività di e-commerce nel prossimo futuro.

    Tipologia di prodotti e clientela B2B

    Tra i prodotti venduti online, prevalgono i beni finiti e i servizi professionali, con la clientela B2B che supera leggermente quella B2C. Le vendite digitali B2B sono cresciute del 3,7% rispetto all’anno precedente, e le prospettive future sono positive, soprattutto per le aziende di produzione e per quelle che hanno registrato un aumento del fatturato.

    eCommerce per vendite e acquisti aziendali

    L’e-commerce non è solo un canale di vendita, ma anche uno strumento utile per gli acquisti aziendali. Il 73% delle aziende lo utilizza per procurarsi componentistica, servizi professionali e contenuti digitali. Inoltre, il 60% delle imprese adotta un approccio integrato, utilizzando l’e-commerce sia per vendere sia per acquistare. Questo modello permette alle aziende di migliorare l’efficienza complessiva, ottimizzando i processi interni e riducendo i costi operativi.

    La crescente adozione del commercio digitale evidenzia come l’e-commerce stia diventando un elemento fondamentale nelle strategie B2B, contribuendo a rendere le aziende più competitive e innovative.