Economia

Botteghe 2.0: come l’artigianato digitale ridà vita ai borghi italiani

Nei vicoli dei borghi italiani, fra pietra antica e porte colorate, si sta consumando una trasformazione silenziosa ma profonda: le botteghe artigiane non sono solo memoria culturale, ma diventano sempre più imprese digitali. L’incrocio fra tradizione manifatturiera e strumenti online sta cambiando il modello di presidio del territorio, creando nuove opportunità economiche per comunità che fino a pochi anni fa sembravano condannate allo spopolamento.

Il contesto è duplice. Da un lato, l’Italia è storicamente ricca di micro-imprese e maestri artigiani: piccoli laboratori, botteghe storiche e atelier rappresentano ancora una componente rilevante del tessuto produttivo nazionale. Dall’altro, la spinta all’adozione del digitale — accelerata dalla pandemia e sostenuta da programmi pubblici e privati — ha ridotto le barriere d’accesso ai mercati: social media, marketplace nazionali e internazionali, logistica terziarizzata e strumenti di pagamento digitali permettono ora anche al laboratorio più piccolo di vendere oltre i confini locali.

L’analisi dei numeri e degli indicatori recenti conferma la direzione: sebbene le statistiche ufficiali mostrino una forte dispersione territoriale delle imprese, i tassi di digitalizzazione tra le microimprese artigiane sono aumentati nettamente negli ultimi anni. Le Camere di commercio e le organizzazioni datoriali segnalano una crescita di iscrizioni a servizi e-commerce e di partecipazione a iniziative di promozione digitale. Parallelamente, interventi pubblici volti a migliorare connettività e alfabetizzazione digitale nei piccoli centri hanno reso possibile una svolta operativa: pagine web curate, fotografie professionali dei prodotti, gestione degli ordini in cloud e collaborazioni con corrieri specializzati sono oggi strumenti quotidiani per molti artigiani.

Gli esempi sul territorio rendono il fenomeno tangibile. In Umbria, un laboratorio di ceramica che per anni ha venduto soprattutto ai visitatori di passaggio ha costruito un canale Instagram e una piccola piattaforma di vendita, ottenendo clienti in Europa e Nord America; i ricavi online hanno permesso di assumere una figura per la logistica e di organizzare corsi serali per giovani del paese. In Puglia, una sartoria tradizionale ha dato vita a collaborazioni con influencer e interior designer, trasformando pezzi unici in collezioni destinate a boutique internazionali. Questi casi non sono eccezioni isolate: si moltiplicano reti informali di condivisione di competenze digitali tra maestri artigiani e giovani residenti, creando un circolo virtuoso che unisce competenze antiche e nuove tecnologie.

La trasformazione porta però con sé criticità. Non tutte le botteghe hanno competenze o risorse per gestire l’export digitale: la qualità fotografica, la descrizione dei prodotti, il pricing internazionale, la gestione dei resi e la logistica richiedono investimento e formazione. Inoltre, il rischio di standardizzazione e di perdita di identità è reale se la pressione commerciale spinge alla produzione in serie. È quindi cruciale sostenere una digitalizzazione che preservi il valore distintivo dei prodotti artigianali, accompagnata da politiche pubbliche mirate, incentivi per la formazione e servizi di consulenza accessibili.

Guardando avanti, le implicazioni economiche e sociali sono rilevanti. Per i borghi, la crescita delle botteghe digitali può significare non solo ricavi aggiuntivi, ma anche una maggiore attrattività per turismo di qualità e forme di residenza temporanea o stabile per professionisti che scelgono la vita nei centri storici. Per l’economia locale, la riconversione digitale delle microimprese può tradursi in nuovi posti di lavoro, in particolare per figure intermedie (logistica, marketing digitale, fotografia di prodotto). In chiave strategica, il rafforzamento di reti territoriali — centri di formazione, incubatori locali, festival culturali con vetrina digitale — potrà amplificare l’effetto moltiplicatore.

In conclusione, le botteghe 2.0 rappresentano un’opportunità per coniugare la ricchezza materiale e immateriale dell’Italia con le dinamiche dei mercati contemporanei. La sfida è costruire un ecosistema che non solo favorisca vendite puntuali, ma valorizzi la storia, la qualità e la sostenibilità dei prodotti artigiani. Servono investimenti in infrastrutture digitali, percorsi di formazione adattati alle microimprese e strumenti finanziari su misura. Se le politiche e il mercato sapranno accompagnare questa metamorfosi, i borghi italiani potrebbero non essere soltanto custodi del passato, ma motori di un’economia locale innovativa e sostenibile.

Riallineamento dei capitali globali: come deglobalizzazione e transizione energetica stanno rimodellando gli investimenti

Negli ultimi cinque anni i flussi di capitale internazionali hanno assunto dinamiche diverse rispetto al passato: non più solo inseguimento di rendimento e ricerca di efficienza, ma una riallocazione guidata da rischi geopolitici, reshoring e dalla necessità di finanziarie la transizione energetica. Questo articolo analizza come la combinazione di deglobalizzazione e politiche verdi stia ridisegnando le rotte degli investimenti, con esempi concreti e implicazioni per imprese, investitori e policy maker.

Contesto: la fine di un’era di integrazione lineare. Il periodo post-2008 era dominato da una crescente integrazione delle catene globali del valore, con grandi flussi di IDE, supply chain internazionali e piattaforme digitali che ottimizzavano costi. Due shock successivi — la pandemia e l’escalation di tensioni geopolitiche tra grandi potenze — hanno innescato una reazione. Aziende e governi stanno riconsiderando vulnerabilità critiche (componentistica strategica, accesso a materie prime, sicurezza digitale) e contemporaneamente mobilitano risorse per la decarbonizzazione.

Analisi: come si spostano i capitali. La deglobalizzazione non significa ritorno al passato, ma una ristrutturazione: più investimenti regionali, supply chain ridondanti e maggiore attenzione a resilienza e sicurezza. Aziende manifatturiere europee e nordamericane stanno riportando attività strategiche più vicino ai mercati finali (nearshoring), con effetti sui flussi di IDE. Allo stesso tempo, la transizione energetica richiama ingenti capitali pubblici e privati verso infrastrutture verdi — reti elettriche, batterie, rinnovabili, idrogeno — che richiedono investimenti a lungo termine e competenze specializzate.

Esempi concreti. Nel settore automobilistico, il riposizionamento delle catene di fornitura per la produzione di veicoli elettrici ha portato a nuovi investimenti in impianti per batterie in Europa e Nord America. Questo non solo genera occupazione locale, ma modifica i flussi commerciali e la domanda di minerali critici come litio e cobalto. Nel settore energetico, fondi sovrani e grandi asset manager hanno incrementato esposizione a progetti rinnovabili e infrastrutture di stoccaggio, spesso mediante partnership pubblico-private per ridurre il rischio tecnologico e politico.

Il ruolo delle politiche pubbliche. I piani nazionali per la resilienza delle supply chain e i pacchetti di incentivi per la green transition (crediti d’imposta, sovvenzioni, regolamentazioni favorevoli) stanno catalizzando capitali privati. Esempi di incentivi per il reshoring o per la produzione sostenibile mostrano come il settore pubblico possa indirizzare investimenti strategici. Tuttavia, la concorrenza fra giurisdizioni per attrarre progetti può generare distorsioni e richiede coordinamento sovranazionale per evitare corsa agli incentivi con costi fiscali elevati.

Rischi e opportunità per i mercati emergenti. Da un lato, la domanda di materie prime critiche e di infrastrutture rinnovabili offre opportunità di investimento e crescita. Dall’altro, i mercati emergenti che dipendono ancora da esportazioni a basso valore aggiunto rischiano di vedere ridotti flussi di IDE tradizionali se le catene si regionalizzano. La capacità di attrarre capitali dipenderà dalla qualità delle istituzioni, da infrastrutture logistiche resilienti e da regimi regolatori trasparenti.

Implicazioni per gli investitori. Gli asset manager devono riequilibrare portafogli considerando durata degli investimenti, rischi geopolitici e transizione energetica. Cresce l’importanza di analisi scenario-based, stress test sulle supply chain e valutazioni ESG integrate. Investire nelle cosiddette “infrastrutture critiche” e nelle tecnologie abilitanti (accumulazione energetica, digitalizzazione della logistica) può offrire rendimenti stabili ma richiede pazienza e approccio a lungo termine.

Implicazioni per le imprese. Le aziende devono bilanciare efficienza e resilienza: diversificare fornitori, valutare localizzazione strategica di attività chiave e investire in digitalizzazione per visibilità end-to-end. La transizione energetica impone piani industriali che integrino decarbonizzazione dei processi produttivi e gestione dei rischi di approvvigionamento di materie prime.

Verso il futuro: cosa aspettarsi. Nei prossimi anni vedremo una pluralità di modelli: regionalizzazione delle supply chain nei settori strategici, network globali più specializzati e un’ondata di investimenti in infrastrutture verdi. La competizione per attrarre capitali resterà intensa, ma chi saprà coniugare stabilità normativa, capacità tecnologica e sostenibilità ambientale otterrà vantaggi competitivi.

Conclusione. La riallocazione dei capitali globali non è un fenomeno temporaneo, ma una ridefinizione strutturale guidata da rischi geopolitici e dalla sfida climatica. Per imprese e policy maker l’obiettivo è chiaro: creare condizioni che attraggano investimenti produttivi e sostenibili, con una visione strategica di medio-lungo periodo. Chi riuscirà a interpretare e anticipare questi flussi, costruendo resilienza e competitività, sarà in posizione di leadership nell’economia globale ripensata del XXI secolo.

Natalità bassa, popolazione che invecchia: la sfida strutturale dell’Italia e le leve per ripartire

L’Italia affronta una crisi demografica che non è più solo una tendenza, ma una forza che rimodella il mercato del lavoro, le finanze pubbliche e la capacità di crescita del Paese. Con una natalità tra le più basse in Europa e una quota di popolazione over‑65 tra le più alte dell’Unione, il nostro sistema economico si trova davanti a scelte strutturali: adattarsi rapidamente oppure scontare anni di stagnazione e pressioni sui conti pubblici.

Negli ultimi anni i dati statistici hanno mostrato un calo costante delle nascite e, contemporaneamente, un aumento della quota di anziani. Questo fenomeno alimenta un mix pericoloso: minore offerta di lavoro giovane, aumento della spesa per pensioni e sanità, e un rapporto di dipendenza (rapporto tra popolazione non attiva e popolazione in età lavorativa) in peggioramento. La conseguenza più immediata è una riduzione del potenziale di crescita potenziale del PIL, perché meno lavoratori significano meno produzione e minore capacità di finanziare la protezione sociale.

Nell’analisi degli impatti concreti emergono esempi già visibili: molte aziende del manifatturiero e del settore primario segnalano difficoltà a reperire personale qualificato; il settore sanitario e dell’assistenza domiciliare prova carenze crescenti di operatori; alcuni distretti industriali fanno ricorso a soluzioni di automazione accelerata per compensare la mancanza di manodopera. Allo stesso tempo, l’ingresso di lavoratori stranieri rappresenta una risposta parziale ma non risolutiva: l’integrazione, la regolarizzazione e la formazione sono nodi decisivi che richiedono politiche coerenti nel medio termine.

Quali leve possono essere azionate per invertire o attenuare questa tendenza? Innanzitutto, la politica familiare: misure che sostengano concretamente le giovani coppie — servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, incentivi economici mirati alla natalità, politiche abitative per i nuclei familiari — possono influire sulla scelta di avere figli. Esempi esteri mostrano che interventi strutturali e duraturi danno risultati più stabili rispetto a bonus spot.

Una seconda leva è la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare femminile. L’aumento dell’occupazione femminile tramite incentivi alle imprese che adottano pratiche di conciliazione, orari flessibili e piani di carriera compatibili con la cura familiare è cruciale. Migliorare i servizi di conciliazione riduce il costo opportunità per le donne e aumenta la base di risorse produttive del Paese.

Terzo ambito: competenze e formazione. Con pochi giovani a disposizione, è fondamentale aumentare la produttività per lavoratore. Investire in formazione continua, digitalizzazione delle imprese e programmi di upskilling riduce il rischio che la scarsità di manodopera si traduca automaticamente in perdita di capacità produttiva. La transizione digitale e la robotizzazione, se abbinate a politiche attive del lavoro, possono essere un’opportunità per rilanciare la competitività.

Quarta leva: immigrazione mirata e integrazione. Una politica che attragga lavoratori con competenze richieste dal mercato e che faciliti percorsi di regolarizzazione e integrazione può alleviare la pressione demografica. Ma l’efficacia di questo strumento dipende dalla capacità di combinare flussi programmati con investimenti in formazione linguistica e professionale.

Infine, la sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario richiede scelte coraggiose e ponderate: adeguamenti graduali dell’età pensionabile, incentivi al lavoro attivo oltre l’età tradizionale di pensionamento e una gestione più efficiente della spesa pubblica possono contribuire a stabilizzare i conti senza compromettere il tessuto sociale.

Le implicazioni future sono chiare: senza un mix di politiche demografiche, del lavoro e dell’innovazione, l’Italia rischia di vedere erodere il proprio potenziale di crescita per decenni. Tuttavia, esistono percorsi praticabili per trasformare la crisi demografica in opportunità: servizi per le famiglie più efficaci, una forte spinta alla formazione e alla produttività, una gestione dell’immigrazione orientata al mercato del lavoro e riforme previdenziali equilibrate. Per le imprese e i decisori pubblici la priorità è costruire un’agenda integrata, che consideri i fattori demografici come variabile centrale della politica economica, non come fenomeno marginale.

Il tempo non è infinito: le scelte fatte oggi determineranno la capacità dell’Italia di competere domani. Affrontare la crisi demografica con misure coordinate e lungimiranti è l’unica strada per restituire slancio alla crescita e garantire sostenibilità sociale ed economica nel medio-lungo periodo.

AgroPulse: come una startup italiana ha digitalizzato la filiera agricola e perché è importante per l’economia del Paese

Nel panorama delle startup italiane, poche storie illustrano con chiarezza le opportunità e i colli di bottiglia della crescita come quella di AgroPulse, una realtà che ha puntato a digitalizzare la filiera agricola nazionale. Nato come progetto pilota nel 2018, AgroPulse ha combinato sensori IoT, analisi dati e una piattaforma B2B per mettere in contatto produttori, distributori e punti vendita, riducendo sprechi e migliorando marginalità.

Il contesto è noto: il settore agroalimentare è strategico per l’Italia, ma spesso frammentato e poco digitalizzato. La pandemia ha accelerato la domanda di soluzioni digitali in tutta la filiera, dall’ottimizzazione delle scorte alla tracciabilità del prodotto. In questo scenario AgroPulse ha trovato spazio proponendo un approccio end-to-end che punta a risolvere problemi pratici con metriche chiare: riduzione delle giacenze, miglioramento delle rese e diminuzione dei ritorni.

Analisi: modello di business e risultati concreti
AgroPulse si è strutturata su tre pilastri: hardware (sensori e gateway per monitorare temperatura, umidità e posizione), software (dashboard per azienda agricola e buyer) e marketplace per vendite dirette e contratti di fornitura. La proposta di valore era rivolta principalmente a medie imprese agricole e distributori locali che cercavano visibilità sui cicli di raccolta e consegna.

Nel primo anno di operazioni la startup ha siglato contratti pilota con 25 aziende agricole e con due cooperative di distribuzione, ottenendo una riduzione media degli sprechi del 12% nelle partite monitorate e una diminuzione dei resi del 9%. Questi miglioramenti si sono tradotti in un aumento medio del margine operativo per i produttori del 4–6% sui lotti gestiti.

Dal punto di vista finanziario, AgroPulse ha adottato un modello ibrido: vendita iniziale dell’hardware a prezzo scontato e abbonamento SaaS per la piattaforma (modello recurring). Questo ha permesso una rapida acquisizione clienti con payback medio inferiore a 18 mesi. Dopo una fase Seed nel 2019, la startup ha raccolto un investimento per consolidare la rete commerciale e sviluppare integrazioni con i gestionali dei distributori, ottenendo un tasso di crescita annuale del fatturato superiore al 70% nei due anni successivi al lancio commerciale.

Esempi pratici: casi d’uso replicabili
Un esempio concreto riguarda una cooperativa del centro Italia che, grazie ai dati in tempo reale, ha ottimizzato i ritiri programmati, riducendo i tempi di fermo dei camion del 25% e migliorando la freschezza del prodotto all’arrivo. Un altro caso ha visto un produttore specializzato in ortaggi a foglia aumentare del 10% la resa vendibile intervenendo sui microparametri ambientali indicati dalla piattaforma.

Le leve che hanno favorito la scalabilità sono state: focalizzazione su segmenti dove il valore per cliente era immediatamente quantificabile; partnership con consorzi e cooperative per accelerare l’adozione; interoperabilità tecnica per integrarsi con i sistemi esistenti. Gli ostacoli maggiori hanno riguardato la frammentazione delle aziende agricole, la resistenza al cambiamento nelle pratiche operative e la necessità di dimostrare ROI in tempi brevi.

Implicazioni future: cosa cambia per il sistema Italia
La storia di AgroPulse, pur essendo esemplare, mette in luce tendenze utili per policy maker, investitori e imprenditori. Prima di tutto, l’adozione di tecnologie data-driven nella filiera può aumentare la resilienza del comparto agricolo, riducendo perdite e migliorando la capacità di risposta a shock di domanda. In secondo luogo, modelli di business ibridi che bilanciano hardware e servizi ricorrenti risultano efficaci per scalare in settori tradizionali.

Per il sistema paese queste soluzioni possono generare effetti moltiplicatori: maggiore efficienza logistica riduce i costi per la grande distribuzione e per i consumatori; tracciabilità e qualità rafforzano il valore del Made in Italy sui mercati esteri. Tuttavia, la diffusione richiede investimenti in infrastrutture digitali, programmi di formazione per gli agricoltori e strumenti finanziari che favoriscano l’adozione per le piccole aziende.

In conclusione, il caso AgroPulse evidenzia come una startup italiana possa coniugare innovazione tecnologica e impatto economico reale. Se il Paese saprà sostenere questo tipo di iniziative con politiche mirate e capitali pazienti, la transizione digitale della filiera agroalimentare potrà diventare una leva concreta per crescita sostenibile e competitività internazionale.

Gennaio 2026, le aziende puntano sul business travel 

Con il nuovo anno i viaggi d’affari tornano a salire. Il 2026 si apre con segnali incoraggianti per il settore italiano del business travel: più valore, più spesa media, più trasferte. Numeri che raccontano un andamento positivo: le aziende continuano a viaggiare, e lo fanno con una certa determinazione.

Crescono value e spesa media

Secondo i dati diffusi da Gruppo Uvet, elaborati attraverso il Business Travel Trend insieme al Centro Studi Promotor, gennaio 2026 registra un Travel Value pari a 121. È un dato leggermente inferiore a dicembre 2025 (126), ma superiore sia a gennaio 2025 (119) sia ai livelli del 2023.

Anche la Spesa Media Complessiva segue la stessa traiettoria: l’indice BTT si attesta a 116, meglio di dicembre 2025 (107) e di gennaio 2025 (108). Il Numero di Transazioni raggiunge quota 105. È un valore in calo rispetto a dicembre (119), ma il rallentamento dopo il picco di fine anno rientra nella fisiologia del mercato. Nel confronto con il 2023, il dato resta comunque positivo.

Guardando alla serie storica degli ultimi tre anni, Travel Value e Spesa Media mostrano una crescita costante nei mesi di gennaio. Più altalenante, invece, l’andamento delle transazioni, che nel 2026 risultano leggermente inferiori rispetto allo stesso mese dei due anni precedenti.

Aerei: decolla la spesa

Il trasporto aereo registra un deciso slancio a inizio 2026. Il Travel Value tocca 130, le Transazioni 116 e la Spesa Media 112. Il valore complessivo e la spesa superano non solo il 2023 ma anche gennaio 2025.
Le transazioni, anche se solide, risultano appena sotto i livelli dello scorso anno. Segno che si vola forse un po’ meno spesso, ma si spende di più.

Hotel: meno volumi, ticket più alto

Il comparto alberghiero segna un Travel Value di 119, con Transazioni a 106 e Spesa Media a 113. Rispetto a gennaio 2025 calano valore e numero di prenotazioni, mentre cresce la spesa media. Le aziende sembrano orientarsi verso soluzioni di fascia più alta o comunque più costose.

Aumentano le preferenze per i viaggi in treno 

Il rail mostra un progresso netto rispetto al 2023: Travel Value a 112, Spesa Media a 105 e Transazioni a 107. Un comparto che continua a consolidarsi.

Diverso il discorso per il noleggio auto. Qui il Travel Value scende a 98 e le Transazioni a 78, mentre la Spesa Media balza a 126. L’aumento dei costi non basta a compensare il calo dei volumi. Dietro questa dinamica c’è anche il rinnovamento delle flotte, con un ingresso massiccio di auto elettriche negli ultimi due anni, che ha modificato equilibri e tariffe.

Produzione industriale: i dati Istat per novembre 2025

Lo rilevano gli ultimi dati rilasciati dall’Istat per novembre: dopo la flessione congiunturale del mese precedente (ottobre 2025) a novembre 2025 la produzione industriale italiana è tornata a crescere.
Si tratta di un aumento diffuso ai principali comparti industriali, e che risulta positivo anche per l’andamento congiunturale complessivo nella media trimestrale del periodo settembre – novembre 2025.

Allo stesso modo, l’indice destagionalizzato della produzione industriale, al netto degli effetti di calendario, appare in aumento anche su base annua, sia a livello complessivo sia per i principali raggruppamenti di industrie, ma a eccezione dei beni di consumo.

Indice destagionalizzato stimato a +1,5% rispetto a ottobre 2025

Più in particolare, per il mese di novembre 2025 l’Istat stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale sia aumentato del +1,5% rispetto a ottobre, mentre nella media del trimestre settembre – novembre si stima che il livello della produzione cresca del +1,1% rispetto ai tre mesi precedenti.

I dati relativi all’indice destagionalizzato mensile mostrano poi aumenti congiunturali in tutti i raggruppamenti principali di industrie, con variazioni positive per l’energia, in crescita del +3,9%, i beni strumentali in salita del +2,1%, i beni di consumo, a +1,1%, e marginalmente, i beni intermedi, che segnano un aumento stimato pari al +0,1%.

Variazioni tendenziali positive per beni strumentali, intermedi ed energia. In leggera flessione i beni di consumo

Al netto degli effetti di calendario (i giorni lavorativi di calendario sono stati 20, come a novembre dell’anno precedente), a novembre 2025 l’indice generale viene stimato in aumento in termini tendenziali del +1,4%.

In dettaglio, i dati Istat registrano variazioni tendenziali positive del +3,3% per i beni strumentali, del +2,0% per l’energia e del +1,0% per i beni intermedi.
Al contrario, risultano in lieve diminuzione i beni di consumo, la cui flessione è pari al -0,8%.

Il settore farmaceutico cresce del +8,7% in un anno, i carburanti calano del -4,4%

I settori di attività economica che registrano gli incrementi tendenziali maggiori sono rappresentati dalla produzione di prodotti farmaceutici di base e i preparati farmaceutici, per i quali l’aumento stimato è pari al +8,7%, seguiti dal comparto della fabbricazione di computer, dei prodotti di elettronica e ottica, degli apparecchi elettromedicali e degli apparecchi di misurazione e orologi, che crescono del +5,8%. La fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche, sono in crescita stimata pari al +5,1%.

Di segno opposto, le flessioni più ampie rilevate dall’Istat riguardano la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, in calo stimato del -4,4%, la fabbricazione di mezzi di trasporto, in diminuzione del -3,1%, e la fabbricazione di prodotti chimici, che scende del -2,9%.

Il lavoro ha i capelli grigi: perché nelle PMI manca il ricambio generazionale?

L’Italia non è un paese per giovani lavoratori. Anzi. Mentre si parla spesso di innovazione e futuro, a mandare avanti le imprese sono sempre più spesso persone con alle spalle decenni di esperienza.

I dati lo confermano e una recente indagine dell’I-AER, Institute of Applied Economic Research, lo racconta senza giri di parole: l’occupazione cresce, ma quasi solo tra gli over 50. Un equilibrio che regge oggi, ma che domani rischia di diventare fragile.

I senior sono la spina dorsale delle imprese

Negli ultimi anni la presenza dei lavoratori più maturi è rimasta stabile nella maggior parte delle piccole e medie imprese ed è aumentata in una su quattro. In alcune realtà, gli over 50 rappresentano ormai più della metà della forza lavoro.

Al contrario, solo una minoranza può contare su una prevalenza di giovani. Il ricambio generazionale, di fatto, procede al rallentatore.

I settori a più altra concentrazione di over

I settori più “anziani” restano la Pubblica amministrazione, l’istruzione e i servizi pubblici, ma è nel terziario che si trova il numero più alto di lavoratori senior: commercio, turismo, servizi alla persona.
Anche manifattura e costruzioni mostrano segni evidenti di invecchiamento, soprattutto nei ruoli tecnici, dove sostituire competenze consolidate non è semplice.

Un Paese che perde i giovani

Tra il 2019 e il 2024 l’occupazione degli over 50 è cresciuta soprattutto in molte regioni del Centro e del Sud. Nello stesso periodo, però, quasi 156 mila italiani hanno lasciato il Paese e molti erano giovani laureati.
È qui che il quadro si complica: meno giovani disponibili, più responsabilità sulle spalle di chi resta.

Scelte obbligate, non strategiche

Gli imprenditori lo dicono chiaramente. Tre PMI su quattro faticano a trovare profili adeguati. I lavoratori senior vengono scelti per affidabilità, autonomia e conoscenza del mestiere.

I giovani, quando arrivano, sono apprezzati per flessibilità e costi più bassi, ma spesso mancano tempo e risorse per accompagnarli in un vero percorso di crescita.

Tenere insieme presente e futuro

Secondo Fabio Papa, economista e fondatore di I-AER, il problema non è l’invecchiamento in sé, ma l’assenza di alternative. Le imprese valorizzano chi c’è, spesso senza un piano di successione. Il rischio è che tra qualche anno molte PMI si ritrovino senza figure pronte a raccogliere il testimone.

Il giudizio sui lavoratori over 50 resta positivo, anche se non mancano difficoltà legate ai costi, alla rigidità contrattuale e all’adattamento al cambiamento. La vera sfida, oggi, è trovare un equilibrio: continuare a puntare sull’esperienza e, allo stesso tempo, creare le condizioni perché i giovani tornino a essere una risorsa per il futuro delle imprese italiane.

Welfare aziendale: come sostenere il reddito dei dipendenti?

Scarsa informazione, difficoltà amministrative e convinzioni errate alimentano il fenomeno del non take-up, che genera il cosiddetto ‘welfare non riscosso’.
Si stima che in media in Italia il 40% di chi potrebbe beneficiare di queste misure non lo faccia. Milioni di lavoratori italiani avrebbero quindi i requisiti per accedere a una vasta gamma di Public Benefit (bonus e agevolazioni pubbliche) destinati a persone e famiglie.

Tuttavia, solo una parte è consapevole di queste opportunità. E anche chi ne è a conoscenza spesso rinuncia a utilizzarle. Le procedure sono complesse, la burocrazia scoraggia e la percezione di ‘non averne diritto’ porta molti a non richiedere ciò che spetterebbe.
Per valutare il potenziale dell’integrazione dei Public Benefit nel welfare aziendale Bonoos, operatore in ambito HR-tech, ha condotto un’indagine su 100 HR Manager di aziende con più di 250 dipendenti

Public Benefit in azienda

In un mercato del lavoro segnato da inflazione, salari in crescita più lenta rispetto alla media europea e nuove esigenze sociali, le imprese possono trasformare i Public Benefit in un valore concreto per lavoratori e organizzazioni.

Quasi il 20% delle aziende offre già servizi per facilitare l’accesso ai Public Benefit. L’integrazione fra Public Benefit e welfare aziendale è sempre più rilevante in un contesto in cui sostenere il reddito dei collaboratori rappresenta una leva fondamentale per engagement, retention e benessere.
A oggi, i Fringe Benefit risultano la formula più diffusa (76%), seguiti dai Flexible Benefit (44%).

Una nuova fase di sviluppo

L’integrazione dei Public Benefit è considerata logica e semplice, soprattutto per le imprese che dispongono già di un portale di welfare.
Oltre 6 HR Manager su 10 conoscono i Public Benefit anche senza offrirli ai dipendenti, e la consapevolezza sale al 71% considerando l’intero campione.

La conoscenza rimane però iniziale. Il 75% degli HR Manager non sa quanti bonus siano effettivamente disponibili in Italia. Molti li stimano tra 100 e 200, mentre Bonoos ne ha mappati oltre 1.000, riguardanti famiglia, salute, disabilità, istruzione, mobilità sostenibile, tempo libero e casa.
Solo 4 HR Manager su 10 sanno che il valore potenziale dei Public Benefit può superare 1.000 euro annui pro capite. E il 60% è disposto a introdurli o mantenerli nel proprio piano di welfare. 

Vantaggi win-win

La propensione aumenta tra le aziende che hanno già iniziato un percorso di integrazione o dispongono di un piano strutturato.
Il principale driver è il vantaggio economico per i lavoratori.

Tra i benefici percepiti dalle aziende emergono maggiore soddisfazione dei dipendenti, miglioramento del clima interno (nelle aziende già dotate di piani di welfare), sostegno concreto e misurabile al reddito, generabile senza costi aggiuntivi per l’impresa, rafforzamento e ampliamento dell’offerta di welfare.
Quasi 8 HR Manager su 10 ritengono che i lavoratori accoglierebbero favorevolmente l’introduzione di questi servizi. Per i dipendenti, l’accesso ai Public Benefit significa maggiore potere d’acquisto, più supporto alla vita quotidiana e un contributo reale al benessere complessivo.

La valutazione dei rischi non finisce mai: il ruolo chiave dell’aggiornamento DVR

La gestione della sicurezza sul lavoro in qualsiasi azienda costituisce un processo che possiamo definire “dinamico”.

Essa non si esaurisce infatti con la redazione iniziale del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), un adempimento normativo basilare per ogni attività lavorativa.

La sua efficacia dipende dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e alle evoluzioni che intervengono nell’ambiente lavorativo.

Questo documento non è una mera formalità burocratica, bensì uno strumento attivo per la protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori.

Mantenere il DVR costantemente aggiornato è un dovere giuridico inderogabile e una pratica essenziale per garantire un ambiente di lavoro sicuro e conforme alle normative vigenti.

Il DVR non è un compito statico

Il DVR si è come una fotografia dei pericoli presenti in un dato momento all’interno di un’azienda, in cui vengono esaminate mansioni, attrezzature e processi produttivi.

Esso identifica le misure preventive e protettive da adottare per ridurre o eliminare tali rischi, assegnando specifiche responsabilità e definendo procedure di emergenza.

Potremmo definirlo uno strumento vivo, che necessita di essere rivisto e modificato ogni qualvolta si verifichino cambiamenti significativi nelle condizioni che lo hanno generato.

Un DVR obsoleto potrebbe compromettere la sicurezza aziendale esponendo i lavoratori a pericoli non più contemplati o gestiti adeguatamente.

Aggiornamento del DVR: quando è obbligatorio

L’obbligo di aggiornare il DVR non è lasciato alla discrezione del datore di lavoro, ma è stabilito da precise disposizioni normative.

In particolare, l’aggiornamento DVR diventa imperativo in diverse circostanze, come ad esempio significative modifiche del processo produttivo o dell’organizzazione del lavoro, che potrebbero introdurre nuovi pericoli o alterare quelli esistenti.

L’introduzione di nuove attrezzature, macchinari o sostanze chimiche, che possono generare rischi sconosciuti in precedenza, richiede una nuova valutazione per integrarli nel DVR.

In sintesi, ogni volta che si verificano mutamenti rilevanti nell’azienda, si rende indispensabile una revisione del documento per far si che sia sempre valido.

Benefici di un DVR sempre attuale

Un DVR costantemente aggiornato porta numerosi vantaggi operativi oltre al mero adempimento normativo. In primo luogo, contribuisce a creare un ambiente di lavoro più sicuro per tutti i dipendenti, riducendo l’incidenza di infortuni e malattie professionali

La diminuzione degli incidenti si traduce anche in un miglioramento della produttività aziendale, evitando interruzioni delle attività e assenze del personale.

Un DVR sempre aggiornato migliora anche la reputazione dell’azienda nei confronti dei dipendenti, dei clienti e delle autorità di controllo. Questo dimostra un impegno concreto verso la sicurezza, rafforzando la credibilità.

Chi si occupa dell’aggiornamento

Il compito di mantenere aggiornato il DVR ricade sul datore di lavoro, il quale detiene la responsabilità ultima della sicurezza e della salute dei propri dipendenti.

Tale attività non può essere delegata interamente, ma il datore di lavoro si avvale della collaborazione di figure specializzate.

  • Il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP): svolge un ruolo di supporto tecnico e scientifico nella valutazione dei rischi e nell’individuazione delle misure preventive e protettive appropriate.
  • Il Medico Competente: contribuisce con la sua esperienza in materia di sorveglianza sanitaria, analizzando gli impatti dei rischi sulla salute dei lavoratori e suggerendo le azioni correttive necessarie.

La collaborazione sinergica di queste figure assicura una valutazione completa e un aggiornamento efficace del DVR.

L’importanza della formazione e informazione

Una corretta gestione della sicurezza e l’efficacia del DVR dipendono in gran parte dalla formazione di tutti i soggetti coinvolti, dai lavoratori ai dirigenti.

I dipendenti devono essere in grado di riconoscere nuovi rischi o situazioni potenzialmente pericolose, segnalandole tempestivamente ai loro superiori.

Dirigenti e preposti necessitano di formazione specifica per comprendere il proprio ruolo nella gestione della sicurezza, garantendo l’applicazione delle procedure e il rispetto delle normative.

Un personale ben formato contribuisce attivamente al mantenimento di un ambiente di lavoro sicuro e all’aggiornamento continuo del DVR.

Device ricondizionati: convenienti, sostenibili ma anche sicuri? 

Noi italiani in particolare siamo dei veri fan di smartphone e device tecnologici, tanto da volerne continuamente… di nuovi. Però negli ultimi tempi le cose stanno un po’ cambiando: sempre più persone scelgono di rallentare questa corsa, forse un po’ stufe di inseguire ogni ultimo modello. È una nuova filosofia, che prende ispirazione dalla “Joy of Missing the Upgrade” (JOMU): la soddisfazione di non dover per forza acquistare l’ultimo dispositivo, scegliendo invece di valorizzare quelli già esistenti. Non sorprende che in questo contesto cresca l’appeal del ricondizionato.

Lo dimostrano anche i dati diffusi da eBay. Oggi oltre il 40% delle vendite sulla piattaforma riguarda articoli usati o rigenerati. Solo nei primi tre mesi del 2025, su eBay.it è stato visualizzato un prodotto ricondizionato ogni 11 secondi.

Sì al risparmio “responsabile”

Il risparmio è un motivo chiave per scegliere il ricondizionato: sulla piattaforma si può arrivare a spendere fino al 40% in meno rispetto al nuovo. Questo vale in particolare per categorie come informatica e gaming, ma anche per smartphone ed elettrodomestici. Ma non si tratta solo di una questione di prezzo: il 68% dei consumatori riconosce il valore ambientale di questa scelta.

Nel 2024, grazie alla vendita di articoli ricondizionati, eBay ha contribuito a evitare 1,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO₂ e 70.000 tonnellate di rifiuti, con un impatto economico positivo pari a 5 miliardi di dollari.

Cinque idee sbagliate sul ricondizionato

Anche se i trend dimostrano che la “nuova vita” dei device è sempre più interessante per i consumatori, alcuni falsi miti legati al ricondizionato sono duri da sradicare. Ecco i cinque più comuni:

“Vale solo per gli smartphone” Falso: oggi l’offerta include di tutto, dai robot da cucina alle console da gioco, fino a lavastoviglie, aspirapolveri e attrezzi per il fitness.

“Ha una qualità inferiore” I prodotti venduti nel Programma Ricondizionato eBay sono controllati da tecnici qualificati e classificati secondo standard precisi.

“Non c’è garanzia” Ogni articolo ricondizionato sulla piattaforma ha una garanzia di almeno 12 mesi, estendibile fino a 24.

“Non so chi vende” I venditori sono selezionati e verificati, con badge identificativi e feedback pubblici.

“Non si può regalare” Sempre più utenti sono favorevoli a regalare (e ricevere) prodotti ricondizionati, segno di un cambiamento culturale in atto.

    Il commercio diventa circolare

    Attraverso il suo Programma Ricondizionato, eBay promuove una visione più circolare e sostenibile del commercio. Con controlli rigorosi, il ricondizionato non è più un’alternativa, ma una scelta consapevole e soprattutto sostenibile.