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Botteghe 2.0: come l’artigianato digitale ridà vita ai borghi italiani

Nei vicoli dei borghi italiani, fra pietra antica e porte colorate, si sta consumando una trasformazione silenziosa ma profonda: le botteghe artigiane non sono solo memoria culturale, ma diventano sempre più imprese digitali. L’incrocio fra tradizione manifatturiera e strumenti online sta cambiando il modello di presidio del territorio, creando nuove opportunità economiche per comunità che fino a pochi anni fa sembravano condannate allo spopolamento.

Il contesto è duplice. Da un lato, l’Italia è storicamente ricca di micro-imprese e maestri artigiani: piccoli laboratori, botteghe storiche e atelier rappresentano ancora una componente rilevante del tessuto produttivo nazionale. Dall’altro, la spinta all’adozione del digitale — accelerata dalla pandemia e sostenuta da programmi pubblici e privati — ha ridotto le barriere d’accesso ai mercati: social media, marketplace nazionali e internazionali, logistica terziarizzata e strumenti di pagamento digitali permettono ora anche al laboratorio più piccolo di vendere oltre i confini locali.

L’analisi dei numeri e degli indicatori recenti conferma la direzione: sebbene le statistiche ufficiali mostrino una forte dispersione territoriale delle imprese, i tassi di digitalizzazione tra le microimprese artigiane sono aumentati nettamente negli ultimi anni. Le Camere di commercio e le organizzazioni datoriali segnalano una crescita di iscrizioni a servizi e-commerce e di partecipazione a iniziative di promozione digitale. Parallelamente, interventi pubblici volti a migliorare connettività e alfabetizzazione digitale nei piccoli centri hanno reso possibile una svolta operativa: pagine web curate, fotografie professionali dei prodotti, gestione degli ordini in cloud e collaborazioni con corrieri specializzati sono oggi strumenti quotidiani per molti artigiani.

Gli esempi sul territorio rendono il fenomeno tangibile. In Umbria, un laboratorio di ceramica che per anni ha venduto soprattutto ai visitatori di passaggio ha costruito un canale Instagram e una piccola piattaforma di vendita, ottenendo clienti in Europa e Nord America; i ricavi online hanno permesso di assumere una figura per la logistica e di organizzare corsi serali per giovani del paese. In Puglia, una sartoria tradizionale ha dato vita a collaborazioni con influencer e interior designer, trasformando pezzi unici in collezioni destinate a boutique internazionali. Questi casi non sono eccezioni isolate: si moltiplicano reti informali di condivisione di competenze digitali tra maestri artigiani e giovani residenti, creando un circolo virtuoso che unisce competenze antiche e nuove tecnologie.

La trasformazione porta però con sé criticità. Non tutte le botteghe hanno competenze o risorse per gestire l’export digitale: la qualità fotografica, la descrizione dei prodotti, il pricing internazionale, la gestione dei resi e la logistica richiedono investimento e formazione. Inoltre, il rischio di standardizzazione e di perdita di identità è reale se la pressione commerciale spinge alla produzione in serie. È quindi cruciale sostenere una digitalizzazione che preservi il valore distintivo dei prodotti artigianali, accompagnata da politiche pubbliche mirate, incentivi per la formazione e servizi di consulenza accessibili.

Guardando avanti, le implicazioni economiche e sociali sono rilevanti. Per i borghi, la crescita delle botteghe digitali può significare non solo ricavi aggiuntivi, ma anche una maggiore attrattività per turismo di qualità e forme di residenza temporanea o stabile per professionisti che scelgono la vita nei centri storici. Per l’economia locale, la riconversione digitale delle microimprese può tradursi in nuovi posti di lavoro, in particolare per figure intermedie (logistica, marketing digitale, fotografia di prodotto). In chiave strategica, il rafforzamento di reti territoriali — centri di formazione, incubatori locali, festival culturali con vetrina digitale — potrà amplificare l’effetto moltiplicatore.

In conclusione, le botteghe 2.0 rappresentano un’opportunità per coniugare la ricchezza materiale e immateriale dell’Italia con le dinamiche dei mercati contemporanei. La sfida è costruire un ecosistema che non solo favorisca vendite puntuali, ma valorizzi la storia, la qualità e la sostenibilità dei prodotti artigiani. Servono investimenti in infrastrutture digitali, percorsi di formazione adattati alle microimprese e strumenti finanziari su misura. Se le politiche e il mercato sapranno accompagnare questa metamorfosi, i borghi italiani potrebbero non essere soltanto custodi del passato, ma motori di un’economia locale innovativa e sostenibile.

Riallineamento dei capitali globali: come deglobalizzazione e transizione energetica stanno rimodellando gli investimenti

Negli ultimi cinque anni i flussi di capitale internazionali hanno assunto dinamiche diverse rispetto al passato: non più solo inseguimento di rendimento e ricerca di efficienza, ma una riallocazione guidata da rischi geopolitici, reshoring e dalla necessità di finanziarie la transizione energetica. Questo articolo analizza come la combinazione di deglobalizzazione e politiche verdi stia ridisegnando le rotte degli investimenti, con esempi concreti e implicazioni per imprese, investitori e policy maker.

Contesto: la fine di un’era di integrazione lineare. Il periodo post-2008 era dominato da una crescente integrazione delle catene globali del valore, con grandi flussi di IDE, supply chain internazionali e piattaforme digitali che ottimizzavano costi. Due shock successivi — la pandemia e l’escalation di tensioni geopolitiche tra grandi potenze — hanno innescato una reazione. Aziende e governi stanno riconsiderando vulnerabilità critiche (componentistica strategica, accesso a materie prime, sicurezza digitale) e contemporaneamente mobilitano risorse per la decarbonizzazione.

Analisi: come si spostano i capitali. La deglobalizzazione non significa ritorno al passato, ma una ristrutturazione: più investimenti regionali, supply chain ridondanti e maggiore attenzione a resilienza e sicurezza. Aziende manifatturiere europee e nordamericane stanno riportando attività strategiche più vicino ai mercati finali (nearshoring), con effetti sui flussi di IDE. Allo stesso tempo, la transizione energetica richiama ingenti capitali pubblici e privati verso infrastrutture verdi — reti elettriche, batterie, rinnovabili, idrogeno — che richiedono investimenti a lungo termine e competenze specializzate.

Esempi concreti. Nel settore automobilistico, il riposizionamento delle catene di fornitura per la produzione di veicoli elettrici ha portato a nuovi investimenti in impianti per batterie in Europa e Nord America. Questo non solo genera occupazione locale, ma modifica i flussi commerciali e la domanda di minerali critici come litio e cobalto. Nel settore energetico, fondi sovrani e grandi asset manager hanno incrementato esposizione a progetti rinnovabili e infrastrutture di stoccaggio, spesso mediante partnership pubblico-private per ridurre il rischio tecnologico e politico.

Il ruolo delle politiche pubbliche. I piani nazionali per la resilienza delle supply chain e i pacchetti di incentivi per la green transition (crediti d’imposta, sovvenzioni, regolamentazioni favorevoli) stanno catalizzando capitali privati. Esempi di incentivi per il reshoring o per la produzione sostenibile mostrano come il settore pubblico possa indirizzare investimenti strategici. Tuttavia, la concorrenza fra giurisdizioni per attrarre progetti può generare distorsioni e richiede coordinamento sovranazionale per evitare corsa agli incentivi con costi fiscali elevati.

Rischi e opportunità per i mercati emergenti. Da un lato, la domanda di materie prime critiche e di infrastrutture rinnovabili offre opportunità di investimento e crescita. Dall’altro, i mercati emergenti che dipendono ancora da esportazioni a basso valore aggiunto rischiano di vedere ridotti flussi di IDE tradizionali se le catene si regionalizzano. La capacità di attrarre capitali dipenderà dalla qualità delle istituzioni, da infrastrutture logistiche resilienti e da regimi regolatori trasparenti.

Implicazioni per gli investitori. Gli asset manager devono riequilibrare portafogli considerando durata degli investimenti, rischi geopolitici e transizione energetica. Cresce l’importanza di analisi scenario-based, stress test sulle supply chain e valutazioni ESG integrate. Investire nelle cosiddette “infrastrutture critiche” e nelle tecnologie abilitanti (accumulazione energetica, digitalizzazione della logistica) può offrire rendimenti stabili ma richiede pazienza e approccio a lungo termine.

Implicazioni per le imprese. Le aziende devono bilanciare efficienza e resilienza: diversificare fornitori, valutare localizzazione strategica di attività chiave e investire in digitalizzazione per visibilità end-to-end. La transizione energetica impone piani industriali che integrino decarbonizzazione dei processi produttivi e gestione dei rischi di approvvigionamento di materie prime.

Verso il futuro: cosa aspettarsi. Nei prossimi anni vedremo una pluralità di modelli: regionalizzazione delle supply chain nei settori strategici, network globali più specializzati e un’ondata di investimenti in infrastrutture verdi. La competizione per attrarre capitali resterà intensa, ma chi saprà coniugare stabilità normativa, capacità tecnologica e sostenibilità ambientale otterrà vantaggi competitivi.

Conclusione. La riallocazione dei capitali globali non è un fenomeno temporaneo, ma una ridefinizione strutturale guidata da rischi geopolitici e dalla sfida climatica. Per imprese e policy maker l’obiettivo è chiaro: creare condizioni che attraggano investimenti produttivi e sostenibili, con una visione strategica di medio-lungo periodo. Chi riuscirà a interpretare e anticipare questi flussi, costruendo resilienza e competitività, sarà in posizione di leadership nell’economia globale ripensata del XXI secolo.

Natalità bassa, popolazione che invecchia: la sfida strutturale dell’Italia e le leve per ripartire

L’Italia affronta una crisi demografica che non è più solo una tendenza, ma una forza che rimodella il mercato del lavoro, le finanze pubbliche e la capacità di crescita del Paese. Con una natalità tra le più basse in Europa e una quota di popolazione over‑65 tra le più alte dell’Unione, il nostro sistema economico si trova davanti a scelte strutturali: adattarsi rapidamente oppure scontare anni di stagnazione e pressioni sui conti pubblici.

Negli ultimi anni i dati statistici hanno mostrato un calo costante delle nascite e, contemporaneamente, un aumento della quota di anziani. Questo fenomeno alimenta un mix pericoloso: minore offerta di lavoro giovane, aumento della spesa per pensioni e sanità, e un rapporto di dipendenza (rapporto tra popolazione non attiva e popolazione in età lavorativa) in peggioramento. La conseguenza più immediata è una riduzione del potenziale di crescita potenziale del PIL, perché meno lavoratori significano meno produzione e minore capacità di finanziare la protezione sociale.

Nell’analisi degli impatti concreti emergono esempi già visibili: molte aziende del manifatturiero e del settore primario segnalano difficoltà a reperire personale qualificato; il settore sanitario e dell’assistenza domiciliare prova carenze crescenti di operatori; alcuni distretti industriali fanno ricorso a soluzioni di automazione accelerata per compensare la mancanza di manodopera. Allo stesso tempo, l’ingresso di lavoratori stranieri rappresenta una risposta parziale ma non risolutiva: l’integrazione, la regolarizzazione e la formazione sono nodi decisivi che richiedono politiche coerenti nel medio termine.

Quali leve possono essere azionate per invertire o attenuare questa tendenza? Innanzitutto, la politica familiare: misure che sostengano concretamente le giovani coppie — servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, incentivi economici mirati alla natalità, politiche abitative per i nuclei familiari — possono influire sulla scelta di avere figli. Esempi esteri mostrano che interventi strutturali e duraturi danno risultati più stabili rispetto a bonus spot.

Una seconda leva è la partecipazione al mercato del lavoro, in particolare femminile. L’aumento dell’occupazione femminile tramite incentivi alle imprese che adottano pratiche di conciliazione, orari flessibili e piani di carriera compatibili con la cura familiare è cruciale. Migliorare i servizi di conciliazione riduce il costo opportunità per le donne e aumenta la base di risorse produttive del Paese.

Terzo ambito: competenze e formazione. Con pochi giovani a disposizione, è fondamentale aumentare la produttività per lavoratore. Investire in formazione continua, digitalizzazione delle imprese e programmi di upskilling riduce il rischio che la scarsità di manodopera si traduca automaticamente in perdita di capacità produttiva. La transizione digitale e la robotizzazione, se abbinate a politiche attive del lavoro, possono essere un’opportunità per rilanciare la competitività.

Quarta leva: immigrazione mirata e integrazione. Una politica che attragga lavoratori con competenze richieste dal mercato e che faciliti percorsi di regolarizzazione e integrazione può alleviare la pressione demografica. Ma l’efficacia di questo strumento dipende dalla capacità di combinare flussi programmati con investimenti in formazione linguistica e professionale.

Infine, la sostenibilità del sistema pensionistico e sanitario richiede scelte coraggiose e ponderate: adeguamenti graduali dell’età pensionabile, incentivi al lavoro attivo oltre l’età tradizionale di pensionamento e una gestione più efficiente della spesa pubblica possono contribuire a stabilizzare i conti senza compromettere il tessuto sociale.

Le implicazioni future sono chiare: senza un mix di politiche demografiche, del lavoro e dell’innovazione, l’Italia rischia di vedere erodere il proprio potenziale di crescita per decenni. Tuttavia, esistono percorsi praticabili per trasformare la crisi demografica in opportunità: servizi per le famiglie più efficaci, una forte spinta alla formazione e alla produttività, una gestione dell’immigrazione orientata al mercato del lavoro e riforme previdenziali equilibrate. Per le imprese e i decisori pubblici la priorità è costruire un’agenda integrata, che consideri i fattori demografici come variabile centrale della politica economica, non come fenomeno marginale.

Il tempo non è infinito: le scelte fatte oggi determineranno la capacità dell’Italia di competere domani. Affrontare la crisi demografica con misure coordinate e lungimiranti è l’unica strada per restituire slancio alla crescita e garantire sostenibilità sociale ed economica nel medio-lungo periodo.

AgroPulse: come una startup italiana ha digitalizzato la filiera agricola e perché è importante per l’economia del Paese

Nel panorama delle startup italiane, poche storie illustrano con chiarezza le opportunità e i colli di bottiglia della crescita come quella di AgroPulse, una realtà che ha puntato a digitalizzare la filiera agricola nazionale. Nato come progetto pilota nel 2018, AgroPulse ha combinato sensori IoT, analisi dati e una piattaforma B2B per mettere in contatto produttori, distributori e punti vendita, riducendo sprechi e migliorando marginalità.

Il contesto è noto: il settore agroalimentare è strategico per l’Italia, ma spesso frammentato e poco digitalizzato. La pandemia ha accelerato la domanda di soluzioni digitali in tutta la filiera, dall’ottimizzazione delle scorte alla tracciabilità del prodotto. In questo scenario AgroPulse ha trovato spazio proponendo un approccio end-to-end che punta a risolvere problemi pratici con metriche chiare: riduzione delle giacenze, miglioramento delle rese e diminuzione dei ritorni.

Analisi: modello di business e risultati concreti
AgroPulse si è strutturata su tre pilastri: hardware (sensori e gateway per monitorare temperatura, umidità e posizione), software (dashboard per azienda agricola e buyer) e marketplace per vendite dirette e contratti di fornitura. La proposta di valore era rivolta principalmente a medie imprese agricole e distributori locali che cercavano visibilità sui cicli di raccolta e consegna.

Nel primo anno di operazioni la startup ha siglato contratti pilota con 25 aziende agricole e con due cooperative di distribuzione, ottenendo una riduzione media degli sprechi del 12% nelle partite monitorate e una diminuzione dei resi del 9%. Questi miglioramenti si sono tradotti in un aumento medio del margine operativo per i produttori del 4–6% sui lotti gestiti.

Dal punto di vista finanziario, AgroPulse ha adottato un modello ibrido: vendita iniziale dell’hardware a prezzo scontato e abbonamento SaaS per la piattaforma (modello recurring). Questo ha permesso una rapida acquisizione clienti con payback medio inferiore a 18 mesi. Dopo una fase Seed nel 2019, la startup ha raccolto un investimento per consolidare la rete commerciale e sviluppare integrazioni con i gestionali dei distributori, ottenendo un tasso di crescita annuale del fatturato superiore al 70% nei due anni successivi al lancio commerciale.

Esempi pratici: casi d’uso replicabili
Un esempio concreto riguarda una cooperativa del centro Italia che, grazie ai dati in tempo reale, ha ottimizzato i ritiri programmati, riducendo i tempi di fermo dei camion del 25% e migliorando la freschezza del prodotto all’arrivo. Un altro caso ha visto un produttore specializzato in ortaggi a foglia aumentare del 10% la resa vendibile intervenendo sui microparametri ambientali indicati dalla piattaforma.

Le leve che hanno favorito la scalabilità sono state: focalizzazione su segmenti dove il valore per cliente era immediatamente quantificabile; partnership con consorzi e cooperative per accelerare l’adozione; interoperabilità tecnica per integrarsi con i sistemi esistenti. Gli ostacoli maggiori hanno riguardato la frammentazione delle aziende agricole, la resistenza al cambiamento nelle pratiche operative e la necessità di dimostrare ROI in tempi brevi.

Implicazioni future: cosa cambia per il sistema Italia
La storia di AgroPulse, pur essendo esemplare, mette in luce tendenze utili per policy maker, investitori e imprenditori. Prima di tutto, l’adozione di tecnologie data-driven nella filiera può aumentare la resilienza del comparto agricolo, riducendo perdite e migliorando la capacità di risposta a shock di domanda. In secondo luogo, modelli di business ibridi che bilanciano hardware e servizi ricorrenti risultano efficaci per scalare in settori tradizionali.

Per il sistema paese queste soluzioni possono generare effetti moltiplicatori: maggiore efficienza logistica riduce i costi per la grande distribuzione e per i consumatori; tracciabilità e qualità rafforzano il valore del Made in Italy sui mercati esteri. Tuttavia, la diffusione richiede investimenti in infrastrutture digitali, programmi di formazione per gli agricoltori e strumenti finanziari che favoriscano l’adozione per le piccole aziende.

In conclusione, il caso AgroPulse evidenzia come una startup italiana possa coniugare innovazione tecnologica e impatto economico reale. Se il Paese saprà sostenere questo tipo di iniziative con politiche mirate e capitali pazienti, la transizione digitale della filiera agroalimentare potrà diventare una leva concreta per crescita sostenibile e competitività internazionale.

Ricerche di lavoro: lo stipendio è importante, ma il benessere è fondamentale

Il mercato del lavoro italiano sta attraversando una profonda trasformazione guidata da una nuova scala di valori. Se a determinare le scelte dei professionisti la retribuzione continua a rimanere un fattore chiave, non è più l’unico elemento. E nemmeno il più importante.
È quanto emerge dal nuovo Smarter hiring report, l’indagine internazionale condotta in 12 Paesi da Indeed, portale per chi cerca e offre lavoro, in collaborazione con YouGov, con l’obiettivo di analizzare le aspettative dei talenti e le strategie di recruiting.

Secondo Indeed lo stipendio è sempre rilevante, ma non fondamentale quanto il benessere in azienda. Tanto che 4 candidati italiani su 10 (40%) considerano l’equilibrio tra vita privata e lavoro il fattore decisivo nella scelta tra le diverse offerte.

Cambiano i criteri per la scelta di un impiego

I risultati della ricerca posizionano il benessere non solo su un piano di rilevanza, ma lo rendono il criterio indiscutibilmente più importante, seguito al secondo posto dallo stipendio base, prioritario per il 26% dei candidati.

Altri elementi determinanti per accettare un impiego sono la crescita professionale (14%), le opportunità di apprendimento (8%) e i benefit (7%).
L’indagine evidenzia, quindi, come i professionisti non cerchino più solo un compenso, ma un ambiente di lavoro che rispetti e supporti il loro equilibrio di vita.

Una “disconnessione sulle aspettative” tra azienda e candidati

Il benessere oggi non è più solo un desiderio, ma un criterio di selezione attivo con cui i candidati valutano, e se necessario, bocciano le imprese.
Tuttavia, capire se un’azienda sia realmente attenta a questi temi resta complesso. Il 13% dei candidati italiani segnala che una delle maggiori difficoltà nella ricerca di un impiego è proprio come ‘capire la cultura aziendale prima di candidarsi’

Questa mancanza di chiarezza rischia di far desistere i talenti migliori ancor prima del colloquio, e delinea una delle principali incongruenze tra domanda e offerta. Incongruenza che il report definisce ‘disconnessione sulle aspettative’.

I datori di lavoro scommettono sulla crescita professionale, i professionisti sull’equilibrio vita-lavoro

A fronte del 40% dei candidati italiani che reputa l’equilibrio vita-lavoro fondamentale, solo il 17% dei datori di lavoro in Italia considera lo stesso elemento come il più attrattivo da comunicare nella propria offerta. Si tratta del dato più basso tra i Paesi esaminati.

I dati mostrano infatti che i datori di lavoro italiani scommettono principalmente sulla crescita professionale, indicata come fattore di punta dal 24% delle imprese e ‘solo dal 14% dei candidati.
Ancora più marcato è il disallineamento sullo stipendio base, riporta Adnkronos. Mentre per un candidato su quattro (26%) questo è il fattore che determina la scelta, solo il 13% delle aziende ritiene che lo stipendio base sia la propria carta vincente.

AI: per i giovani è un’opportunità di miglioramento, ma temono di non essere abbastanza preparati

È un paradosso generazionale quello del rapporto dei giovani con l’AI: pur riconoscendo il potenziale dell’Intelligenza artificiale, la maggior parte dei giovani italiani si sente ancora impreparata ad affrontare le nuove tecnologie.

Lo rivela il recente osservatorio di ASUS Business, condotto da Research Dogma, che ha indagato il punto di vista di un campione di giovani laureati e laureandi under 30. 
Lo studio, tuttavia, svela un paradosso sorprendente. Nonostante l’incertezza occupazionale, la crescente automazione di alcune posizioni e la percezione di non essere abbastanza preparati, la nuova generazione guarda all’Intelligenza artificiale come un’opportunità, e non come una minaccia.

Solo il 24% ritiene di essere competente

I dati raccolti mostrano anche una evidente lacuna nelle competenze digitali delle nuove generazioni. Sebbene oltre la metà degli intervistati si consideri un utente “di buon livello” alle prese con il computer, solo il 37% si dichiara molto preparato nell’uso di programmi e software.

La quota scende drasticamente quando il focus si sposta sull’Intelligenza artificiale, dove solo il 24% dei giovani si considera realmente competente. Questo scenario mette in luce come una generazione nata e cresciuta con la tecnologia dimostri una competenza ancora incompleta sulle tecnologie digitali, nonostante la consapevolezza che nel futuro saranno decisive.

Un “entusiasmo critico” verso la rivoluzione tech

D’altra parte, il quadro cambia quando si parla di percezione. La ricerca evidenzia infatti un “entusiasmo critico” verso l’evoluzione tecnologica. Quasi la totalità degli intervistati (95%) riconosce che l’AI avrà un impatto significativo sul lavoro, e il 76% ritiene che le competenze in questo ambito saranno sempre più fondamentali. Tuttavia, il 40% ritiene che si tratterà di un impatto meno radicale di quanto spesso si narra.

I giovani dimostrano un approccio lucido e pragmatico, accogliendo l’AI come un alleato per migliorare la produttività, la creatività e per liberare tempo da mansioni ripetitive. L’obiettivo finale è quello di ridefinire le priorità personali e professionali.

Il pragmatismo guida la vita professionale

Questo pragmatismo valoriale si riflette anche sulle priorità che i giovani assegnano al lavoro. Al primo posto rimane infatti la giusta remunerazione (53%), seguita dalla flessibilità di orari e giorni di lavoro (46%).
Questo indica una generazione che pone al centro della vita professionale il giusto compenso e l’equilibrio tra carriera, crescita individuale e qualità della vita.

“I risultati di questa ricerca offrono un segnale chiaro: i giovani guardano all’AI con uno spirito pragmatico, riconoscendone il potenziale per migliorare produttività e creatività, senza perdere di vista la necessità di un equilibrio tra lavoro e vita personale  – commenta Lavinia Fogolari, Head of Marketing SYS di ASUS, come riferisce riporta Adnkronos -. È incoraggiante vedere come questa generazione non consideri la tecnologia una minaccia, bensì un alleato con cui costruire un futuro professionale più sostenibile e motivante”.

WhatsApp: in arrivo canali in abbonamento e pubblicità nello “stato”

Il colosso guidato da Mark Zuckerberg annuncia alcune nuove funzioni per WhatsApp. In particolare, per la tab Aggiornamenti.
Si tratta del lancio degli abbonamenti ai canali, della possibilità per gli amministratori di promuovere i propri canali nonché di inserire inserzioni pubblicitarie nello stato.
Queste ultime saranno visibili nella scheda presente in basso a sinistra nella schermata dell’app, quella dove si possono visualizzare lo stato dei propri contatti per 24 ore e i canali.

“Negli ultimi due anni abbiamo lavorato per rendere questa tab il luogo dove gli utenti possono scoprire qualcosa di nuovo su WhatsApp e oggi viene utilizzata da 1,5 miliardi di persone al giorno – spiega Meta in una nota-. Incoraggiati da questo entusiasmo, desideriamo anche aiutare amministratori, organizzazioni e aziende a crescere su WhatsApp. Lo faremo in tre modi”.

Aggiornamenti esclusivi con un pagamento mensile

Il primo modo riguarda gli abbonamenti ai canali. Si potrà infatti sostenere “il proprio canale preferito abbonandosi per ricevere aggiornamenti esclusivi a fronte di un pagamento mensile”, specifica la società.
Il secondo riguarda invece i canali promossi; “Aiuteremo a scoprire nuovi canali che potrebbero interessarti quando guardi nella directory. Per la prima volta – sottolinea Meta – gli amministratori dispongono di un modo per aumentare la visibilità del proprio canale”.

Il terzo è l’opportunità di inserire inserzioni pubblicitarie nello stato. “Grazie a questa possibilità si potranno trovare nuove aziende e avviare facilmente una conversazione su un prodotto o un servizio che un’azienda sta promuovendo nello stato”.

Le nuove funzioni resteranno separate dalle chat personali

Queste nuove funzioni saranno visibili solo nella tab Aggiornamenti, e resteranno separate dalle chat personali. Ciò significa che, per chi usa WhatsApp solo per chattare con amici e persone care, l’esperienza d’uso non cambierà.

Meta precisa, tuttavia, di aver realizzato queste funzioni “in modo da proteggere la privacy il più possibile. I messaggi personali, le chiamate e gli stati rimangono crittografati end-to-end, il che significa che nessuno, nemmeno WhatsApp, può vederli o ascoltarli”.

Rispetto per la privacy dei non inserzionisti 

Per mostrare inserzioni che potrebbero interessare nello stato o nei canali, “useremo informazioni limitate come il Paese o la città, la lingua, i canali a cui hai effettuato l’iscrizione e come interagisci con le inserzioni che vedi. Per le persone che hanno scelto di aggiungere WhatsApp al Centro gestione account, useremo anche le loro preferenze relative alle inserzioni e le informazioni provenienti dagli account Meta”, spiega ancora Meta nella nota, come riferisce Askanews.

“Non vendiamo né condividiamo il tuo numero di telefono con gli inserzionisti. I messaggi personali, le chiamate e i gruppi di cui fai parte non saranno usati per determinare le inserzioni che potresti vedere. Da anni parliamo del nostro obiettivo di sviluppare un business che non interferisca con le chat personali e crediamo che la tab Aggiornamenti sia il posto giusto per queste nuove funzioni”.

Benessere: nel 2024 gli italiani sono meno positivi su salute, tempo libero e lavoro

Dopo una timida ripresa registrata nel 2023, il 2024 segna una battuta d’arresto nella soddisfazione degli italiani.

Secondo l’ultima indagine Aspetti della Vita Quotidiana diffusa da Istat, la percentuale di persone che si dichiarano soddisfatte della propria vita si attesta al 46,3%, in lieve calo rispetto al 46,6% dell’anno precedente.

Vita privata e relazioni: i trend in discesa

A preoccupare sono soprattutto le valutazioni relative ai principali ambiti del quotidiano. Cala la soddisfazione per le relazioni familiari, ora all’87,9% (–1,4 punti percentuali), e per quelle amicali, scese al 79,7%. Il dato più critico riguarda però il tempo libero, con una soddisfazione pari al 66,3%, in calo di quasi due punti.

Anche la percezione della propria salute peggiora: solo il 78,5% degli intervistati si dichiara soddisfatto, rispetto al 79,7% dell’anno precedente. Sul fronte lavorativo ed economico la situazione non migliora: la soddisfazione per il lavoro è al 77,6% (–2,4 punti), quella per la situazione economica personale scende al 57,6%.

Fiducia e benessere: segnali in controtendenza

L’indagine, che raccoglie le opinioni di cittadini dai 14 anni in su attraverso una scala da 0 a 10, mostra che il 12,3% valuta la propria vita in modo negativo (punteggio da 0 a 5), mentre il 39,2% la considera “nella media” (6-7).

Un altro segnale in controtendenza arriva dal livello di fiducia verso gli altri, sceso al 22,5%, due punti percentuali in meno rispetto al 2023.

Differenze tra generazioni: i giovani sono più ottimisti

A livello demografico, si confermano alcune tendenze consolidate: gli uomini si dichiarano più soddisfatti delle donne (47,7% contro 45%), anche se il divario si sta assottigliando.
La soddisfazione tende a decrescere con l’età: tra i 14 e i 17 anni il 60,8% si dice molto soddisfatto, contro appena il 40,1% tra gli over 75.

Preoccupa infine l’aumento degli insoddisfatti tra i giovani adulti: nella fascia 25-34 anni, chi dà un punteggio basso alla propria vita passa dal 9,8% al 12,2% in un solo anno.

Truffe e-commerce: 2,8 milioni di italiani caduti in trappola nel 2024

Emerge dai dati dell’indagine commissionata da Facile.it a mUp Research e Norstat: nel 2024 gli italiani che hanno subito una truffa o un tentativo di frode acquistando beni fisici online sono stati 2,8 milioni, il 9% in più rispetto al 2023. 

Gli strumenti più utilizzati dai malfattori per cercare di truffare gli e-shopper  italiani sono stati soprattutto i siti web finti, un canale utilizzato nel 39,4% dei tentativi di frode, seguiti dalle false e-mail, pari al 30,3% dei casi.
Non sono mancati, fra gli strumenti utilizzati dai truffatori, i metodi di comunicazione più popolari fra gli utenti, come le app di messaggistica e i social network.

Più di una frode su 4, il 25,8%, è stata infatti condotta attraverso i social, mentre nel 15,9% dei casi i criminali hanno sfruttato le app di messaggistica istantanea.
Il  danno economico stimato ha superato 500 milioni di euro in totale.

Quali sono le vittime preferite dai malfattori?

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’indagine sottolinea come a subire più frequentemente una truffa o un tentativo di frode non siano gli anziani, bensì i consumatori più giovani.
A fronte di una media nazionale del 6,7%, nella fascia di età 25 – 34 anni e in quella 45 – 54 anni la percentuale sale sopra l’8%.

Un altro dato interessante riguarda il grado di istruzione delle vittime di truffa o tentativo di frode.
Anche in questo caso, sorprende come i più colpiti siano gli italiani con un titolo di studio universitario, per un’incidenza pari a più del doppio rispetto alle media.

Perché la metà non ha sporto denuncia?

Inoltre, suddividendo il campione su base geografica l’indagine evidenzia come l’area più colpita da truffe o tentativi di frode sia il Nord-Ovest (7,5%).
Quanto al comportamento delle vittime che hanno subito una frode o un tentativo di truffa, emerge che quasi una su due, il 49,2%, sceglie di non denunciare l’accaduto.

Le ragioni dietro questo comportamento sono, in alcuni casi, economiche, in altri casi, psicologiche. Tanto che quasi 4 intervistati su 10, il 38,5%, hanno dichiarato di aver scelto di non sporgere denuncia alle autorità poiché certi di non recuperare quanto perso, mentre quasi uno su 4, il 24,6%, non ha denunciato perché il danno economico era comunque basso.

Sentirsi ingenui per avere abboccato

Il 16,9%, invece, ha ammesso di non aver denunciato perché si è sentito ingenuo a essere caduto nella trappola, e il 9,2% perché non voleva che i familiari venissero a conoscenza di quanto accaduto.

L’indagine di mUp Research – Norstat è stata svolta tra il 18 dicembre 2024 e il 3 gennaio 2025, attraverso la somministrazione di 1.878 interviste CAWI a un campione di individui in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana residente sull’intero territorio nazionale.

Perché San Valentino è anche la festa delle… truffe online? 

San Valentino è il patrono dell’amore e della condivisione e il 14 febbraio è una giornata speciale per scambiarsi regali e dimostrazioni di affetto. Tuttavia, accanto a fiori e cioccolatini, si cela un’insidia sempre più diffusa: le truffe online. Ogni anno, con l’arrivo della festa degli innamorati, le caselle di posta si riempiono di offerte e promozioni, molte delle quali nascondono tentativi di frode.

Secondo il report di Bitdefender Antispam Lab, nel 2025 il 50% delle e-mail di spam legate a San Valentino sono state identificate come fraudolente, un dato in netto aumento rispetto all’anno precedente, quando la percentuale si attestava al 25%. Questo incremento mostra come i truffatori sfruttino la ricorrenza per ingannare le persone e ottenere informazioni sensibili.

Da dove arrivano le mail fraudolente?

I messaggi ingannevoli iniziano a circolare già dalla metà di gennaio, raggiungendo il picco massimo nei primi giorni di febbraio. Gli Stati Uniti risultano essere il principale Paese di origine di queste e-mail fraudolente, seguiti da Indonesia, India e Regno Unito. Ma non solo: sono anche la nazione che riceve la maggior parte di questi messaggi, con quasi la metà dello spam a tema San Valentino destinato alle caselle di posta americane.

I truffatori approfittano del forte coinvolgimento emotivo e della predisposizione agli acquisti tipica di questo periodo per diffondere e-mail ingannevoli, spesso mascherate da offerte imperdibili, premi esclusivi o sondaggi con regali in palio.

Come vengono ingannate le vittime?

Uno dei metodi più diffusi per attirare le persone in trappola è l’invio di e-mail che invitano a partecipare a sondaggi con la promessa di vincere premi esclusivi. In realtà, queste campagne hanno il solo scopo di raccogliere dati personali e bancari, chiedendo spesso un piccolo pagamento per la “spedizione” del premio o una verifica della carta di credito, che si trasforma in un furto di denaro.

Un’altra tecnica molto utilizzata è l’invio di messaggi falsi che sembrano provenire da brand famosi. I truffatori creano siti web che imitano quelli ufficiali per convincere le vittime a inserire dati sensibili, sfruttando la fiducia riposta nei marchi conosciuti.

Le tecniche di difesa

Per evitare brutte sorprese, è fondamentale essere prudenti. Prima di aprire un’e-mail o cliccare su un link, è importante verificare il mittente e diffidare di offerte troppo allettanti. Non bisogna mai fornire dati personali o bancari su siti non ufficiali e, in caso di dubbio, è sempre meglio consultare direttamente il sito dell’azienda in questione.

San Valentino dovrebbe essere un momento di gioia e non un’occasione per cadere vittima di truffe. Essere informati e attenti è il modo migliore per proteggersi e vivere questa giornata in tutta serenità.